Verso Psiche 3 Paradossi

 Sigmund Freud non era freudiano.

Non sono i lapsus ad essere freudiani, ma Freud è lapsista.

Né Freud, né io siamo stati mai così matti da credere di guarire la gente.

Non si applica la psicoanalisi alle persone, semmai attraverso l’analisi di una persona si corregge il proprio pensiero e conseguentemente si corregge la psicoanalisi.

Il bello della psicoanalisi è che è stato scritto di tutto, il brutto è che stato scritto anche il contrario di tutto.

Carmelo Corrado Occhipinti

Verso Psiche 2

 Non sarà di certo sfuggito a nessuno il fatto che il viaggio verso Psiche in definitiva costituirà una serie di lezioni.

Desidero trasmettere le mie scoperte su ciò che fa inciampo nel cammino verso Psiche e sopratutto sul tesoro che vi è nascosto.

Ci sono due modi per partecipare.

Il primo è quello di seguire le iniziative pubbliche, gli incontri, i dibattiti, i piccoli testi dal vivo, oppure on line. È la continuazione di Riflessioni a ruota libera e lo chiamo, per brevità, pubblico.

L’altro è a pagamento. Consiste nella partecipazione agli approfondimenti di presenza, oppure tramite web. Necessita di una iscrizione diretta e decisa. È rivolto a quanti desiderano non solo raggiungere la propria isola, ma avere anche una idea del modo e delle difficoltà che gli altri possono incontrare. Per brevità, sarà chiamato riservato.

I vantaggi non saranno di apparenza (titoli, punteggi, strumenti per scalare graduatorie), ma di sostanza: chi si applicherà, riuscirà a raggiungere più facilmente la propria isola, a fare compagnia ad altri, a capire e comprendere di più e meglio.

Per questa volta penso che possa bastare, seguiranno le modalità per comunicarmi il desiderio di partecipare alle iniziative riservate e ulteriori precisazioni che mi verranno in mente. Per la maniera pubblica, basta essere iscritti alla mail-list e seguire i social, ovvero affacciarsi di tanto in tanto e mettere dentro il naso.

Seguiranno anche le introduzioni alle tematiche.

Ma prima di tutto questo (modalità e tematiche), seguiranno alcuni paradossi della mia professione e di quanti vogliono andare verso Psiche.

In altri termini vi ho già dato alcuni appuntamenti:

I paradossi.

La natura del viaggio verso Psiche.

Le modalità per iscriversi al corso riservato.

L’introduzione alle tematiche.

Il chiarimento per coloro che, come me, sono affezionati al principio di non contraddizione (promesso la volta scorsa).

Chi farebbe bene a fare una psicoanalisi con un’altra persona. (Con altre parole, sarà anche il tema del prossimo lavoro pubblico e riservato).

Carmelo Corrado Occhipinti

Verso psiche 1

Per ciascuno di noi c’è un’isola in mezzo all’oceano, il suo nome è Psiche. Se volete, ci andiamo insieme.

È l’isola di tutto ciò che ciascuno di noi pensa ed ha pensato, perciò si potrebbe ragionevolmente affermare che ci sapreste andare da soli.

Nel mezzo di quest’isola avete sepolto un tesoro, ma avete dimenticato dove.

Avete anche dimenticato che si tratta di un tesoro.

Io non so dov’è il vostro tesoro, so che si può capire dagli atti (parole comprese) che usate.

Soprattutto so che è un tesoro. Quest’ultimo sapere è lo specifico della mia professione.

Le varie isole non sono sovrapponibili e ciascuno si muove per conto proprio, benché possa fare un buon tratto di strada in compagnia.

In definitiva però l’ultima e più importante parte è quella che ciascuno di noi farà da sé e da solo.

Andarci in compagnia, per la parte possibile, è più veloce e produttivo, anche per questo sono qui a lavorare. Qui dove? Nel mio studio, dove ricevo persone che hanno il piacere di andare verso Psiche con me a trovare il tesoro.

Tra le cose che gradualmente dirò ci sarà anche una ulteriore precisazione su coloro che farebbero bene a fare il viaggio verso Psiche in compagnia (il fatto che sia con me è una variabile non necessaria).

Senza falsi pudori, so però di poter essere un buon compagno di strada, ma solo per coloro che si sforzano di essere, a loro volta, buoni compagni di strada.

L’oceano è fatto dalle cattive interpretazioni. Non le abbiamo fatte noi, ma le abbiamo prese come nostre.

Non è necessario demolire tutte le cattive interpretazioni, benché sia meglio farne cadere qualcuna.

Uno solo è il proponimento sbagliato: reprimere il nostro pensiero e tenerlo vivo sullo stesso punto, nel medesimo aspetto. (Ai raffinati del principio di non-contraddizione prometto una spiegazione).

Benché sia un’isola, Psiche è isolata esclusivamente dall’oceano delle cattive interpretazioni, ma è in stretto rapporto con l’universo che ciascuno di noi si è creato.

Questo rapporto è migliorabile attraverso l’autoanalisi, eventualmente l’analisi con un’altra persona e la partecipazione alle iniziative che sarò qui a proporvi gradualmente a partire dalla prossima volta.

Carmelo Corrado Occhipinti

Diretta Streaming (Google Hangouts)

La banalità del male

Sintonizzatevi su questa pagina Sabato 31 Gennaio alle ore 16! Saremo in diretta streaming dalla Galleria Boragno: “La banalità del male” di Luigi Campagner. Interverrà Carmelo Occhipinti.

Volete partecipare alla discussione? Fare domande o semplicemente applaudire? Seguite lo streaming direttamente dalla pagina di Google Hangouts

La banalità del male

Il pensiero nascosto

Un contenuto di pensiero, fin dalla nostra più tenera età, si affaccia alla mente e ne viene escluso: lo escludiamo attivamente. In seguito torniamo ad alimentarlo, con due effetti che sembrano indipendenti da noi: per un verso limitiamo le nostre possibilità di azione (Freud ha chiamato questo inibizione), per un altro verso generiamo fenomeni che ci fanno stare male, ad esempio proviamo angoscia, abbiamo qualche disturbo, più o meno grave.

Oppure.

C’è un oppure, in effetti è una catena di oppure, catena sia nel senso di successione, che di incatenamento. Luigi Campagner ha trovato una parte della catena di oppure nella storia di Adolf Eichmann, come risulta dall’opera “La banalità del male” di Hannah Arendt. Trovo che sia interessante discuterne assieme, è per questa ragione che vi invito il 31 gennaio presso la Galleria Boragno alle ore 16.

 

Evento in Streaming: Figli! o Del Vantaggio di essere genitori

Sintonizzatevi su questa pagina Sabato 18 Ottobre alle 17! Saremo in diretta streaming dalla Galleria Boragno con la presentazione del libro di Campagner “Figli! o Del Vantaggio di essere genitori”

Di un autismo se ne fanno tre

Premessa
Ho già detto che alla domanda: ma c’è o ci fa? Rispondo: c’è perché ci fa!
Il modello universale di definizione delle psicopatologie si chiama DSM (Manuale Diagnostico Statistico), ormai giunto alla quinta edizione. In esso l’autismo viene definito in base all’assenza della competenza comunicativa del bambino; giudicando solo in base a tale assenza, si è ragionevolmente indotti a pensare che sia una patologia organica.
Spesso l’invenzione del termine viene attribuita a Kanner, nei primi anni Quaranta del secolo scorso.
Osservo che la parola era già occupata prima e con Kanner si aprì la strada alla indecisione riguardo alle cause, tra organica e psichica.
Il termine era stato coniato da Bleuler nel 1910 per designare una particolare sindrome nella quale le persone dimostravano di non voler comunicare; negli anni Venti venne esteso anche ad alcune affezioni infantili, quando era possibile osservare che il bambino, non solo non comunicava, ma aveva la chiara intenzione di non comunicare. Erano, e rimangono, segni caratteristici:
➢ il fatto che il bambino non fissa negli occhi l’interlocutore e mettendosi nella traiettoria dello sguardo il bambino si volge da un’altra parte, il secondo aspetto è più importante del primo;
➢ il dondolio del capo o del tronco, perché non c’è una limitazione organica che faccia dondolare il capo o il tronco;
➢ la bocca atteggiata allo sputo o alla suzione;
➢ il fatto, più impalpabile, che pur mancando il rapporto con l’altro, ce ne sia una utilizzazione come un’estensione meccanica del sé; ➢ qualsiasi altro segno, anche impercettibile, che pur mancando il rapporto con l’altro, il bambino ne avverta e ne riconosca la presenza. Per iniziare una psicoterapia, dopo l’osservazione, è necessario vedere che il bambino sta modificando qualcosa. Non si può sapere dove il bambino arriverà, e non si può promettere perciò nulla ai genitori, ma si può promettere che si andrà dove il bambino vorrà andare e fin dove vorrà procedere.

Così ho fatto la distinzione tra l’autismo organico, ormai la parola è utilizzata anche in questo modo, e l’autismo psichico, la sua vecchia, e ancora attuale, definizione. Se la prima infermità è rarissima, la seconda è ancora più rara, ma ci induce ad una riflessione importante: se un bambino piccolo può articolare mentalmente una patologia così complessa e se, con l’apporto di un altro degno, può riuscire a schiodarsi dalla croce alla quale si era attaccato, immaginiamo cosa può fare e cosa possiamo fare se ci poniamo tutti nelle migliori condizioni.
Il dibattito politico e culturale dei nostri giorni non ci mette certo nelle migliori condizioni: sembra che le cose siano messe in modo tale che non si possa capire nulla.
Ad una riunione di un importante istituto di psicoanalisi, due eminenti soci litigarono irrimediabilmente sulla questione se l’autismo fosse organico o psichico senza che nessuno avesse chiesto all’altro di chiarire che cosa intendeva con la parola per la quale si accapigliava.
Ora lasciamoli litigati, come direbbero i bambini, e procediamo con l’altra distinzione: trattandosi di una patologia che il bambino attiva prestissimo, essa dipende anche dall’atteggiamento dei genitori nel suo sviluppo e nella sua evoluzione, guarigione eventuale compresa. Non trovo perciò inopportuno catalogare diversamente almeno i due estremi che mi è capitato di poter osservare e in uno dei due ho avuto la fortuna di veder guarire del tutto.
Dico aver la fortuna di veder guarire perché non sono così matto da pensare di guarire le persone. So di essere riuscito, in alcuni casi, a rendermi degno del lavoro mentale che ad una persona occorre per correggere l’errore. Spero e lavoro perché mi succeda ancora con altre persone.

Un bambino

I genitori mi consultarono, ormai tanti anni fa, chiedendomi di occuparmi del loro figliolo di sei anni. Era stato visto ripetutamente negli anni presso vari centri e tutti avevano diagnosticato un autismo infantile precoce. Già questo fatto avrebbe dovuto mettermi sull’avviso circa le loro reali intenzioni.
Non mi chiesi come mai tante consultazioni e nessuna terapia, a mia scusante aggiungo che spesso capitava e capita di portare un bambino presso un centro dove si fa la diagnosi, ma poi la terapia ha tempi lunghissimi di attesa. Ad ogni modo decisi di cominciare a vedere il bambino. Atteggiava la bocca a suzione, non parlava, non mi guardava, rimanendo col viso girato in una direzione che non era la mia, ma non era neanche opposta a me. Decisi di spostarmi e di mettermi nella traiettoria del suo sguardo. Si girò immediatamente di 45°, allora mi spostai di nuovo e andò a rincantucciarsi in uno degli angoli dello studio. Decisi di rimanere ad aspettare.
Quasi tutto il primo incontro si esaurì in questa dinamica. Nella seconda seduta rimase a lungo nell’angolo, poi cominciò ad interessarsi ad una cesta di giocattoli senza volgere lo sguardo verso di me neanche un momento. Tra i giocattoli che vi erano, ne prese uno ripetutamente: un biberon finto.
La volta successiva gliene feci trovare uno vero con dentro un succo di frutta. Lo bevve tutto e mi guardò una volta. Poi riprese a giocare, quasi rivolto verso l’angolo della stanza, accennando ogni tanto a girarsi verso di me, senza mai farlo completamente: come se fosse in dubbio. La volta successiva andò direttamente alla cesta, prese il biberon, assaggiò un sorso del succo di frutta, poi si volse verso di me e continuò a bere.
Decisi che lo avrei fatto lavorare con me (ormai preferisco questa dizione; con me equivale ad un complemento di compagnia) e lo comunicai ai genitori, dicendo che lo avrei preso e che tanto camminava il bambino, tanto avrei camminato io. Passò qualche mese durante il quale il bambino cominciava ad aprirsi al mondo attraverso di me. In alcuni giochi mi usava appoggiando certi giocattoli sulle mie gambe; entrati in studio mi prendeva la mano. Non mi prendeva mai la mano quando era in vista della madre. A volte ripeteva qualche suono che facevo, mi guardava spesso; una volta mi venne in braccio e si ritrasse immediatamente, ma rimase a guardarmi.
Alla fine di questo periodo, e fu proprio una fine, i genitori mi comunicarono che andavano in pellegrinaggio. Se non avevo nulla in contrario, avrebbero sospeso per un mese, ma avevano già prenotato tutto perciò se avevo qualcosa in contrario potevo tenermi il contrario per me.
Loro volevano la guarigione totale e immediata del bambino e non potevano stare ad aspettare i nostri lenti progressi che pur vedevano bene perché il bambino anche a casa aveva dato segni di apertura. E lo dissero così come ho scritto, avrei potuto usare le virgolette.
Osservai che, siccome partivano due settimane dopo, c’era tempo per continuare a lavorare, avremmo sospeso il tempo del pellegrinaggio e ripreso subito dopo. Mi dissero che proprio non potevano: il tempo, i preparativi, le cose da acquistare, le nespole che non maturavano e le patate che marcivano. Rimanemmo d’accordo che mi avrebbero telefonato al rientro per riprendere il lavoro nel caso in cui il miracolo non si fosse verificato. Il caso del miracolo non venne detto, lo aggiungo io.
Mi telefonò il padre in effetti, ma per dirmi che durante il tragitto il bambino aveva avuto delle violentissime crisi, prima di violenza, poi sembravano simili agli attacchi di epilessia. Erano dovuti scendere dal treno, chiamare un’ambulanza, fare ricoverare il bambino nel più vicino ospedale per fortuna ancora in Italia. Era stata diagnosticata un grave forme di epilessia e intrapreso un trattamento farmacologico. Mi dissero che il bambino stava giorno e notte nel suo lettino col pollice in bocca. Chiesi di farmi vedere le carte del ricovero, mi rispose che proprio non poteva perché lui aveva il lavoro che lo impegnava e la moglie stava col bambino e non poteva lasciarlo un momento.
Non ne seppi più nulla finché una volta lo incontrai. Teneva uno dei pollici in bocca, dava l’altra mano alla madre, ma girandole le spalle. Camminava alternando e accavallando i piedi, girato com’era verso il lato opposto rispetto a quello in cui era la madre. Mi vide, mi corse in braccio (alla lettera!), lo tenni finché volle stare, poi scese, tornò a dare la mano alla madre e a girare le spalle a entrambi.
Lascio ogni commento da svolgere a ciascuno di voi che legge. Per parte mia esprimo solo le conclusioni che mi servono per la serata di mercoledì 29 maggio: la diagnosi di un particolare quadro patologico dipende anche dall’idea che ne hanno i referenti ed il soggetto stesso quando ha possibilità di esprimersi.
In questo caso, il bambino non poteva esprimersi se non come ha fatto, i genitori avevano idea di qualcosa che doveva risolversi con un miracolo.

Una bambina

I genitori in questo caso avevano qualche obiezione a portare la bambina da uno psicoterapista, ma visto che dovevano … Li invitai a ripensarci, ma dissero che ormai si erano decisi. Mi dissero che la bambina, di allora cinque anni, si era inspiegabilmente chiusa in se stessa tutto di un tratto. A pensarci bene, la madre ricordò di averla progressivamente vista spegnere in concomitanza con una loro freddezza coniugale e con una sua crisi.
Il padre di lei malato di cancro incurabile, la madre di lui con qualche altro accidente, correre di qua e di là. La bambina diminuiva il proprio interesse, anche a scuola materna avevano notato il fatto. Il padre di lei era era poi morto, mentre la bambina aveva preso a stare sotto il tavolo a rispondere pochissimo, solo monosillabi, adesso non parlava più da qualche mese.
Nel frattempo il marito era stata impegnato ad assistere la propria madre con la moglie avvolta in un lutto tormentoso che ormai si stava sciogliendo, come si stava attenuando la patologia della suocera. Avevano ripreso i rapporti sessuali da qualche settimana (dopo secoli), ma erano affranti per la bambina: ricordavano la sua vivacità e la contrapponevano alla chiusura che adesso osservavano impotenti.
Parlava soprattutto la madre, mentre il marito annuiva e raramente aggiungeva qualche particolare che non era in contrasto con quello che aveva detto la donna, ma lo chiariva. Ad esempio notava che non aveva potuto fare diversamente, era figlio unico, il padre incapace di fare mestieri in casa. Aveva dovuto anche assentarsi dal lavoro.
Forse si erano anche disamorati, lo dissero entrambi, disamorati l’uno dell’altra e tutti e due della vita e della bambina.
Dalla pediatra erano stati mandati in consultazione da un neuropsichiatra che aveva diagnosticato un autismo e aveva fatto il mio nome. Lui non se ne occupava.
Nella prima seduta di osservazione, la bambina andò a cacciarsi immediatamente sotto la scrivania e vi rimase con le spalle rivolte verso di me per un tempo lunghissimo.
Stavo per riaccompagnarla dalla madre quando vidi che si era spostata e per un attimo volse il suo sguardo verso di me. Allora aspettai, seduto com’ero lontano dalla scrivania, rivolto in una direzione che non incrociava quella del suo viso.
Con la coda dell’occhio vidi che ogni tanto guardava verso di me. La lasciai fare. Poi dissi che ero contento di averla incontrata, la avrei vista ancora e adesso la riaccompagnavo dalla madre. Rimase ferma ad ascoltare e, quando finii di parlare, si alzò e andò verso la porta.
Presi il suo atto come segno di disponibilità al rapporto con me: aveva inteso quello che avevo detto e docilmente lo aveva eseguito. La volta successiva rimase in giro per la stanza, si interessò ai giocattoli, mi ignorò ma non mi volse le spalle. La vidi per circa un anno, osservando le sue aperture verso di me e verso gli altri. Cominciò le scuole elementari con buoni apprendimenti, ormai veniva in studio parlando di me con la madre e con me mentre giocava vivacemente a volte da sola, altre volte con me.
So che sta bene.

29 Maggio… La monaca di Monza

tra finzione e realtà,

due diversi quadri psicopatologici.

Attenzione: L’evento sarà solo ed esclusivamente in diretta streaming!  Seguici in diretta sul Canale dedicato!

 

Il Manzoni prende spunto da un fatto veramente accaduto cambiandone solo alcuni dettagli, ma cosí facendo, cambia tutto.

Vi aspettiamo Mercoledi 29 maggio alle 21 per la diretta streaming.
Come sempre potrete scegliere di seguire e partecipare attraverso:

 

1. Facebook

2. Livestream

3. Riflessioni a ruota libera

 

 

La voce del cuore – non in streaming…


Purtroppo non saremo in diretta streaming, ma speriamo di caricare il video dell’evento nei prossimi giorni.

Buon Anno!