Difficoltà

Mi rendo conto che l’audio e il video non sono utilizzabili, il tempo di capire che cosa non ha funzionato e perché e rifarò l’incontro, sarete avvisati da un altra mail. Grazie dell’attenzione.
C.C.Occhipinti

Le nostre scuse

Mi spiace per le difficoltà tecniche che hanno problematica o impossibile la trasmissione, grazie a tanti che abbiamo visto aspettavano … aspettavano e purtroppo non siamo stati in gradi di risolvere il problema. Presto faremo sapere altre notizie,
Carmelo Corrado Occhipinti

Alcune storielle…

Illustrazione di Brad Teare per Science Fiction Classics

Illustrazione di Brad Teare per Science Fiction Classics

Ho la fortuna di avere un papà che quando ero piccina mi raccontava storie prima di addormentarmi. Le storie erano divertenti e avvincenti. A volte si concludevano nel giro di una sera, altre volte erano necessarie più puntate…
Un po’ di anni dopo scoprivo, non sempre in modo altrettanto avvincente, che una certa “monaca di Monza” era un personaggio discretamente famoso e che quel tipo  che aveva mandato un sacco di gente all’infermo e in paradiso si era fatto conoscere in tutto il modo..
Purtroppo dei personaggi meno famosi non ricordo quasi nulla. Ma una volta mi veniva raccontata una storiella ambientata in una Parigi misteriosa e magica.
Finalmente avevo capito che lavoro faceva il mio “babbo”! E la cosa sembrava interessante: un ottimo punto di vista!

Ho idea che il prossimo evento di Riflessioni a Ruota Libera sarà uno dei più belli in assoluto. Forse anche più divertente di quello di Camilleri… Ma in realtà come ci ha apparecchiato la tavola, lo sa solo lui!

A domani!

chiara

Invito al terzo incontro

Introduco e invito alla serata di martedì con una vecchia barzelletta, dove un tale viene dimesso dal manicomio perché il medico lo ha convinto che non ha nulla da temere dalle galline. Giunto all’esterno, torna indietro di corsa per chiedere al medico:
“Lo ha fatto sapere alle galline che non ho nulla da temere da loro?”

Fronda d’ulivo

Il commento alla poesia dialettale “Fronda d’ulivo” mi sembra il miglior collegamento possibile tra la giornata di sabato e il prossimo evento di Riflessioni a ruota libera.
Una ragazza senza nome, detta fronda d’ulivo, è innamorata di un giovane anche lui senza nome, detto quello che anelo io, il padre la vuole sposare ad un terzo, ancora senza nome, quello che marita.
C’è l’universale violenza del matrimonio combinato nell’essere privi di nome, ma anche i matrimoni combinati alcune volte sono andati bene. Nella tradizione popolare della poesia c’è un dire in più: la ragazza è una fronda d’ulivo. Non è una persona, agli occhi del padre, ma un ramoscello che si può innestare dove si vuole. Non ha desideri, come la fronda dell’ulivo, non ha pensieri, non ha affetti.
E la fronda si ribella: non riesce ad opporsi al rito del matrimonio, come vorrebbe, e si oppone alla pratica del matrimonio. Fugge via dal marito e si reca dal suo amato dicendo: “Se non mi vuoi perché trovi che il mio amore per te sia disonesto, allora uccidimi!”
Il suo amato capisce quale valore ha una donna che decide con chi comporre il proprio desiderio, la prende in casa, difendendola dagli insulti del marito.
“Mi è scappata una mula!” dice il marito.
E l’amato risponde: “Non è una mula, è una signora e vuole stare dentro un palazzo!”
A questo punto il marito è dileggiato dalla propria stessa madre.

Tutti possiamo riconoscerci nell’essere stati fronde d’ulivo e muli nel pensiero di qualcuno. E per tutti, attraverso questa poesia, si apre la possibilità di riprendere la guida della nostra vita. Il “Bureau d’echange de maux è sempre aperto dentro noi stessi e abbiamo sempre la possibilità di scambiare una scelta malefica con una benefica.

Quello che ho scritto valga come ringraziamento per Angela Matera e Elisabetta De Lucia che ci hanno messo a disposizione una raccolta ragionata del sapere popolare lucano. Ogni regione ha i suoi particolari saperi, alcune volte gli errori e i valori vengono mostrati con particolare evidenza. È il caso di Fronda d’ulivo.

Proverbi e detti lucani – Identità e specificità di una comunita contadina

“Il dialetto è come i nostri sogni, qualcosa di remoto e di rivelatore; il dialetto è la testimonianza più viva della nostra storia, è l’espressione della fantasia”.

Federico Fellini

Sarà presente l’autrice MATERA ANGELA

presenta CARMELO OCCHIPINTI

interverranno Michele Mancino e Marisa Ferrario Denna

SABATO 5 MAGGIO 2012 – ORE 10,30

Galleria Boragno

Via Milano, 4 – Busto A. – Tel. 0331.635.753

Commento

A mio parere la figura mitologica di Medea potrebbe costituire uno dei paradigmi di una certa patologia psichica, ovviamente selezionando le parti più precise da quelle più sfumate. Alla figura di Medea attingono vari autori sia nell’antica Grecia che a Roma, o in nazioni ed epoche a noi più vicine. Dall’interrogarsi dei vari autori e dalle scelte che fanno si potrebbe ricavare un quadro coerente come ho fatto con Narciso e con Edipo.
In questo lavoro ovviamente si modifica il quadro filologico ed ermeneutico, ma il mio obiettivo è quello di mostrare (sempre mostrare ciò che è evidente e non ha bisogno di essere dimostrato) il processo di scelta del soggetto nel percorrere la strada della patologia.
Se un giorno percorrerò la strada di mettere a fuoco la figura di Medea, lo farò con l’obiettivo che ho appena detto. Senza che ciò costituisca un impegno per me, al momento sono portato a mettere in cantiere questo lavoro nel quale risponderò proprio alla tua domanda:
ma come fa una persona a combinare un disastro simile?
Non ti sarà sfuggito il fatto che ho modificato la tua domanda. Al posto di quella che tu descrivi come scissione del soggetto (e a buon diritto), ho messo un soggetto integro perché, non solo in questa occasione, considero il pensiero scisso e non il soggetto.
Ad una persona che tiene separati due pensieri si può fare vedere la linea che li unisce, o meglio, si può mostrare come lui stesso li unisca. Se consideriamo la persona, o il soggetto scissi tra inconciliabili opposti non li uniamo più.
Si può mostrare il nesso tra due pensieri, come si può constatare una cosa che non esiste, ad esempio la scissione del soggetto.
Detto per inciso, ciò che Freud chiama rimozione è il fatto che è saltato il nesso tra un fatto e un pensiero, tra un ricordo e una decisione. E ciò che chiama scissione del pensiero è caratterizzata dall’ampiezza, nel senso anche fisico-geometrico (in una parola, topologico) dei pensieri tenuti separati.
Ecco perché Medea fa una strage di massa, perché ha tenuto separato (e perciò omesso) il giudizio sull’oltraggio di cui è stata vittima.

Leggi anche l’articolo “Questione”

Questione

Quali processi psichici entrano in atto per far sì che la volontà di un soggetto pensante venga sdoppiata o, meglio, che si verifichi una dicotomia tra la volontà del soggetto e le convenzioni socio-culturali, i costumi di una civiltà che impongono una scelta differente da quella voluta? Mi spiego meglio: un esempio pressoché perfetto da accostare al già analizzato Edipo può essere la Medea descritta da Euripide ed Apollonio Rodio: in questo caso, l’ angoscia della scelta si pone fra il seguire nelle sue imprese Giasone (eroe bellissimo, ma pur sempre uno straniero ed uno sconosciuto), per il quale Medea nutre un amore bruciante, oppure tener fede al buon costume impostole dal fatto di essere figlia di un re, ovvero perseverare in una vita verginale ed irreprensibile. La scelta non può che essere tormentata, e la tragedia euripidea ci informa che alla fine Medea ha optato per tradire la propria terra e le proprie leggi, abbandonando il proprio padre per seguire Giasone. L’essersi assunta una tale responsabilità non solo sulla propria vita, ma sulla dignità sua e della sua famiglia, alla fine conduce un’indole già tormentata alla follia più estrema, culminante nell’atto di uccidere i figli per vendicarsi di un torto subìto da Giasone. E siamo al dunque: se Edipo è stato provocato per la prima volta dall’epiteto di “Bastardo” rivotogli da un ubriaco, a sua volta Medea è stata terribilmente condizionata dalla nomea di “Ragazza poco di buono”, “Irresponsabile” derivante da una concezione, profondamente radicata nell’antica Grecia, dell’onore personale come valore imprescindibile. Ci rendiamo dunque conto di quanto l’opprimente cappa della shame culture (“civiltà di vergogna/ di pudore”, come è stata definita dallo studioso Eric Robertson Dodds) sia di peso sull’agire del soggetto libero pensante: però non erano mica tutti matti questi greci… Quindi con quale disposizione psichica deve scontrarsi questa civiltà di vergogna per generare, da un soggetto libero pensante, un soggetto non libero e folle?
Giacomo Chierichetti

Prosegui leggendo l’articolo di risposta

Seconda pagina da “Cocomeri e guerre”


Gli psicoanalisti che li avevano in cura a partire dagli anni venti, quelli del cactus in sala d’attesa, non è che tenessero la barra del timone sempre ferma. E anche adesso che ci avviciniamo ai nuovi anni venti, quelli del 2000, non è che le barre si tengano ferme: tutti autistici, tutti organici, tutti psichici e non si capisce niente e le scarpe diventano strette. E con l’idea di farle diventare più comode ci si mette qualche interpretazione fasulla. Ma una scarpa stretta col cotone morbido diventa ancora più stretta!
Non ci sto: dobbiamo avere uno straccio di prova che sia psichico. Vale per tutti, nevrotici compresi, che anche loro ci sono perché ci fanno. Se non ci fanno, non sono affar mio, non sono i nevrotici che potrebbero andare da uno psicoanalista. Vadano da uno psichiatra, da un prete, da un esorcista; si facciano ricoverare in una clinica statica, dinamica e metallurgica, ma non intraprendano una psicoanalisi.
Ovvero stiamo usando le stesse parole per indicare fatti diversi: quelli che ci sono perché ci fanno e quelli che ci sono perché ci sono nati o diventati per disgrazia fisica.
Un altro straccio di prova ci serve per attestare come e qualmente che la persona ci mette prima qualcosa e poi tutto per fare funzionare l’eventuale psicoterapia o psicoanalisi. Visto che c’è perché ci fa, ha da fornirci qualche indizio sul fatto che sta cercando di smettere di farci.
Ed infine serve un altro straccio di prova che il lavoro stia procedendo, se no facciamo bene a lasciare perdere. Precisamente allo stesso modo dello stato di putrefazione dell’universo e dell’eventuale cadavere del dio minore che hanno bisogno di stracci di prova, come ho dimostrato all’inizio. Cioè a dire: sta venendo da noi un dio che ha perso in parte o del tutto la sua divinità e la vuole ritrovare, o è uno che aspetta il miracolo da noi?
E non dobbiamo dimenticare che non si tratta di prove, ma di stracci che possono volare al vento. Il pensiero invece, se è comodo, rimane. Non si vedono scarpe comode volare al vento. Il cotone vola, e come se vola!
Quelli di adesso, autistici voglio dire, se non parlano, non giocano, non imitano gli altri, hanno subito la dichiarazione. Ed è vero che magari non si pensano nemmeno (stavolta lasciatemelo dire: poverini!). Avendo davvero il cervello lesionato, si penseranno poco o niente.
Nel bel mezzo di uno scherzo, mi sono trovato a parlare di una serie di disgrazie. Però se io ne ho parlato scherzando e tenendo i piedi nelle scarpe comode, altri ne parlano con compassione e con i piedi in faccia alle persone.
Ogni tanto questo bambino, figlio di dio, disegnava. Mangiava poco e cresceva male, chiuso in se stesso. Così tutti erano preoccupati per lui. E per sua fortuna non c’erano medici per dire che aveva un difetto genetico, né psicoanalisti per fargli una terapia di quelle che durano trent’anni senza mai guardare in faccia il bambino, che nel frattempo smette solo di essere bambino.
Insomma fu abbandonato a se stesso e guarì. Ma non illudiamoci, non succede né a tutti, né spesso.

Due pagine da “Cocomeri e guerre”

Per introdurre il tema della prossima volta, il 24 aprile, ho spostato un testo che avevo già inserito e inserisco due pagine dal citato libro. Una oggi, una fra una settimana. Ciò che desidero fare è promuovere l’interesse intorno alla questione della difesa del bambino nella scelta patologica precoce. Di seguito la citazione:
La creazione dei fichi d’India

Il bambino però rimase male del fatto di essere stato sgridato e non parlò con nessuno per molto tempo. Sembrava autistico.
Anche certuni di questi si credono dei. Ma non proprio quelli di adesso che hanno una grave lesione da qualche parte del cervello e non possono pensarsi per nulla.
Il bambino figlio del dio minore era come gli autistici di una volta, quelli che c’erano prima di un certo Kanner che ha fatto tanta chiarezza, al tempo in cui invece di un cocomero scoppiò una guerra.
Ma la parola esisteva già e l’aveva inventata un certo Bleuler, nel 1907, per indicare alcune persone adulte che pensavano, secondo lui, di far da sé e perciò chiudevano i rapporti con gli altri. Come a dire, aggiungo io, automatici. Ma attenzione: non si lavavano, non parlavano, non guardavano, e via dicendo. Poi la parola venne applicata anche ad alcuni bambini.
Per essere chiari e non lasciare dubbi sul disturbo del figlio del dio minore: una volta i bambini, per essere dichiarati autistici, dovevano dimostrare che ci pensavano. Ad esempio, si pensava che ci pensavano (ma mi piacciono proprio i giochi di parole) perché si dondolavano, oppure mettevano le guance come se succhiassero dal seno, o sputavano nel vuoto. Se passava un altro, non capitava neanche per sbaglio che lo guardassero e senza farsi accorgere fissavano lo sguardo nello spazio vuoto di prima. Da qualche parte ho letto di un certo bambino che negli anni venti leccava il cactus nella sala d’attesa della sua terapista che continuava a tenere lì il cactus. Ora non c’è una lesione del cervello che fa leccare le foglie di cactus, sputare, guardare lo spazio vuoto e via dicendo.
Insomma si pensava che facevano a posta, come certe volte si dice: “Ma ci sei, o ci fai?”
E c’erano perché ci facevano e non smettevano mai di farci.
Nel mio piccolo essere dio, trovo che l’osservazione che ho appena fatto mi sta comoda, come certe scarpe che sono della misura giusta e di buon pellame e non ti accorgi neanche di averle ai piedi. Ci sono perché ci fanno. Semplice come bere un bicchiere d’acqua.
Questi autistici si può presumere che si pensino dei in mezzo agli stronzi, non come me che mi penso dio in mezzo agli dei.
Mi penso dio in mezzo agli dei, anche se fossero dei nevrotici, psicotici, autistici, stronzi, nemici e figli di buona donna. Sempre dei, in grado di cambiare idea su di sé, sull’universo creato, sulla madre di cui sono figli e soprattutto su di me. In grado di cambiare non solo idea, ma anche del tutto madre, padre, parenti, amici e conoscenti. Alcuni con un lapsus mi hanno chiamato mamma o papà. E se non cambiano idea, peggio per loro, la mia divinità non ne risente.
Gli autistici invece si pensano dei in mezzo agli stronzi puzzolenti che non possono smettere di puzzare e loro non smettono di farci e perciò di esserci.

continua…