Intorno all’autismo come questione

Autismo - Ho trovato nel web quest'immagine che ben rappresenta il concetto di autismo. Purtroppo non conosco l'autore per poterlo citare

Trovo che oggi sia necessario difendere il concetto stesso di psiche, il che equivale a dire che è il pensiero stesso ad aver bisogno di essere difeso. Sto continuando la sua difesa ad esempio dalla pretesa di una falsa scientificità che non si accolla neanche l’onere di definire ciò di cui si occupa.
Ho l’impressione nettissima che non si tratti solo di una cattiva pratica operativa, ma di una precisa intenzione di nascondere persino le tracce del pensiero.
Ciò mi risulta con particolare evidenza intorno alla diagnosi di autismo.
Il DSM (per i pochi che non sanno, il Manuale Statistico Diagnostico) fissa i criteri di definizione intorno alla mancanza di atti comunicativi. Ma la parola “autismo” era già occupata e designava una particolare affezione psichica nella quale erano evidenti i segni del non-volere-comunicare. Ad esempio: l’atto di evitare lo sguardo altrui, fino a farsi scoprire a non volere guardare; non la mancanza del contatto oculare (cosa che può derivare da una patologia neurologica gravissima) ma la prova del fatto che il soggetto in questione (adulto o bambino) non vuole guardare l’altro negli occhi.
Questa particolarità e le altre connesse (l’atteggiamento della bocca come se stesse a succhiare; il dondolare del capo; lo sputo nel vuoto; il rifugiarsi in un angolo della stanza con la faccia rivolta all’angolo) stanno ad indicare quella serie particolare di atti nei quali il soggetto dimostra che si chiude, come risultato di un’azione decisa e pensata volta appunto alla chiusura di se stesso.
Il tratto per cui si decide di prendere in terapia è dato dal fatto che il soggetto dimostra una minima apertura nei confronti di una persona qualsiasi che per ciò, e solo per ciò, può mettersi nella posizione di terapista.
Balza agli occhi il fatto che il tizio che si mette nella suddetta posizione non deve fare altro che lasciare al soggetto l’iniziativa. Al soggetto che prima si chiudeva in se stesso viene offerta la possibilità di aprirsi da una persona degna. A rendere degna la persona è l’iniziativa del soggetto nei suoi confronti.
In conclusione di questa breve notazione: atto psichico quello che inaugura la patologia, atto psichico quello che ne intraprende la via di uscita.
E gli altri? Quelli che non danno le due serie di prove? Coloro per i quali non si può ragionevolmente affermare che si chiudano in se stessi e che inizino il processo di apertura? Ce ne possiamo dolere, giustamente, ce ne possiamo occupare a qualsiasi titolo e ragione, ma non fanno parte di coloro per i quali una terapia psicologica è possibile.
Ma perché, in conclusione, è importante questa notazione? Primo, perché così impostate le cose non c’è chi non veda immediatamente la domanda: come mai il tal soggetto si è chiuso in se stesso? Secondo, perché si vede immediatamente che finora non ho messo in campo nessun criterio scientifico, ma solo una serie di dati osservativi, analoghi, se non simili, all’osservazione per la quale so di avere cinque dita per mano e due occhi.
Se tali osservazioni hanno il carattere della sicurezza, oppure quello dell’incertezza conoscitiva è questione che non riguarda la scienza, ma una serie malnata di elucubrazioni filosofiche. Ed anche qui, non è contro la filosofia, ma contro gli errori della filosofia; non contro la scienza, ma contro gli errori della scienza.
Ricordo infine che ho già voluto occuparmi della cosa nel “Cocomeri e guerre, ovvero la remota origine dei fichidindia” a cui rimando per una divertente discussione intorno alla questione.
www.cocomerieguerre.it

Senza parole, tranne grazie!

Ho motivo di essere soddisfatto per ieri sera, per quanti hanno partecipato in Galleria Boragno ed in streaming, intervenendo con domande e osservazioni.

Il motivo della soddisfazione è che assieme stiamo creando una comunione di idee e di pensiero che va da San Diego,in California, a Sidney, in Australia, dove si sono svegliati alle 6 del mattino, passando per New York, Barcellona (quella spagnola, non quella siciliana), la Svizzera, Milano, Pisa e Pistoia, Ragusa e ovviamente Busto Arsizio e altri di cui abbiamo sicurezza, ma non sappiamo il posto.

Sono poche persone per ogni luogo, poche ma buone, che condividono con me il principio di dare valore alle idee ed ai fatti che abitualmente vengono messi nel nostro stesso dimenticatoio e in quello più grande della cultura. Come ad esempio l’omosessualità di Laio.

È questa anche la ragione per la quale accomuno tutti nel ringraziamento a mia figlia Chiara, che  organizza tutto, a Francesca Boragno che mi supporta culturalmente e logisticamente, a Mauro di Family Studio e Giuseppe (GB) per il sostegno e l’attrezzatura tecnica ed infine ad Altiplena che ha offerto il caffè.

GB

www.giuseppebrugnone.com

Il caffè prendetelo con noi!

Ci siamo quasi! Stasera riprendono gli eventi di Riflessioni a Ruota Libera!

Cenate con calma, ma non prendete il caffè! Sarà Altiplena a offrirci un ottimo caffè 100% biologico!

Vi aspettiamo alle 21.00 in Galleria Boragno con “Edipo, lo zoppo! – Il potere della maledizione”!
(oppure in diretta streaming allo stesso orario)

Come e perché ci si ritrova ammalati psichicamente

Comincio questa riflessione partendo da un luogo comune che spero di rivalutare: la vita è una questione di scelte. A volte banalizziamo alcune frasi che sono entrate nel linguaggio comune, fino a non capirne la reale portata.
Ciò che chiamiamo nazionalità è un esempio del fatto che la vita è una questione di scelte. La nazionalità ha un carattere legale: uno è cittadino italiano perché ha dei requisiti tali per cui un funzionario pubblico possa certificare o scrivere su un passaporto: il tal dei tali è cittadino italiano.
Durante il mio recente viaggio in Argentina, ad un tassista che ricordava di avere il nonno italiano, ho chiesto se si sentiva italiano. Mi ha risposto che no, si sentiva ed era argentino e, come milioni di altri in quella terra, aveva i nonni italiani ed era cittadino argentino.
Una cameriera invece mi diceva di avere un nonno tedesco ed uno italiano e che lei si sentiva e voleva essere italiana. Ed avendo saputo che poteva ottenere la cittadinanza italiana, aveva iniziato a sbrigare le pratiche.
È stato in quel momento che ho pensato: ma è come la vita psichica! Uno si iscrive alla nazione della pazzia, un altro vuole iscriversi ad un’altra nazione. Ed infine ancora, uno preferisce dichiararsi apolide.
La vita è una questione di scelte: ci si iscrive al partito dei fobici, degli insonni, dei violenti. E ci si cancella. A volte non da soli, ma da sé.
Partiti, nazioni, associazioni: tutte metafore del carattere connesso alla scelta del soggetto.

E questo da sé, benché non da soli è ciò che sulla scorta di Freud chiamo psicoanalisi.
Ora qualcuno potrebbe chiedermi: “Ma perché dice chiamo? La psicoanalisi non esisteva prima di lei?”
Rispondo semplicemente ed ancora che è una questione di scelte. Ho scelto questa strada, nell’infinito mondo che in un centinaio di anni si è creato intorno alla parola psicoanalisi. Non sto a dilungarmi su questo infinito mondo. Dico solo, in contrapposizione non con tutti, che ho privilegiato la strada in cui si considera la possibilità che l’individuo ce la faccia da sé e da solo. Se afferma di non farcela da solo, ci spieghi anche il perché. Dai ricordi intorno a questo perché nascerà la strada perché ritrovi (ri-trovi significa che l’aveva già trovata) la strada.

Benvenuti in Galleria! da Francesca Boragno

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Il video delle istruzioni per lo streaming

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Un commento

Ricevo e pubblico volentieri questo commento alla serata del 30 novembre:
Meditando sul racconto mitologico di Narciso e riflettendo sul significato delle parole profetiche di Tiresia, rivolte alla madre di Narciso: “…morirà quando conoscerà se stesso…”, ho riscontrato nel personaggio e nella sua storia un perfetto modello psicoanalitico dell’individuo affetto da nevrosi. Quante volte queste persone riescono a convivere con quella che dal di fuori viene semplicemente definita “stranezza”. Questi individui possono per tanto tempo non avere consapevolezza del proprio problema, ovvero di quanto si celi dentro se stessi. Così come un congegno che non lascia scoprire il suo “difetto di fabbrica”, finché non viene sottoposto a una severa prova di collaudo, quella per la quale può solo resistere o rompersi, similmente l’individuo portatore di un errore psichico latente, prende consapevolezza del proprio problema invalidante, solo nel momento in cui affronta una prova impegnativa della propria vita. Quella descritta nel mito come “morte di Narciso”, nel modello reale si può interpretare come “profonda crisi”, conoscenza di se stesso e del proprio limite.

Saro Torrisi, www.sarotorrisi.it

Tre immagini di persone

Perché Tiresia è cieco? Perché vedendo il futuro, non guarda il presente. Perché la ninfa Eco non può parlare? Perché nella parola ha espresso di riflettere il godimento degli altri. Perché Narciso non può che andare al fondo del proprio essere? Perché non ha voluto conoscere nient’altro che se stesso.
Tre persone prive di qualsiasi altra vita psichica: immagine del futuro, immagine visiva, immagine sonora. O meglio: riflessi.
Come in una vecchia pubblicità con Vittorio Gassman che diceva ad uno specchio: tu non pensi, rifletti.

Non in grado di intendere e di volere

Amore e Psiche - Canova


A commento della serata di ieri faccio parlare la traduzione di Apuleio:

Psiche, rimasta sola
- se non che, tormentata dalle Furie nemiche, proprio sola non era -
ondeggia in balìa del dolore come un mare in tempesta:
sebbene il piano sia stabilito e il suo animo determinato,
tuttavia, quando si trova sul punto di metter mano all’azione,
esita, ancora incerta sul da farsi,
ed è dilaniata dai mille sentimenti diversi
che la sua infelice situazione le suscita.

Fino ad un attimo prima, Psiche era felice, adesso è come se un pensiero, a lei estraneo, fosse entrato nella sua testa e si muovesse e la facesse muovere e agire, per un impulso proprio, non più dipendente da Psiche stessa.
Da Omero in poi abbiamo visto attribuire questa spinta all’azione alle Furie, così fa Apuleio, solo che quest’ultimo mostra il passaggio in cui Psiche lascia perdere il controllo di sé e si accinge a diventare preda delle idee delle sorelle. Ciò che gli altri chiamano “Furie”.
È la condizione che definisco dello spodestarsi, quella che può essere individuata nella nevrosi e nella psicosi, e ancora quella che la legislazione attuale definisce
non in grado di intendere e di volere.
Si giunge al punto di non essere padroni di sé, in tutto o in parte, cominciando gradualmente ad escludersi come soggetti dalla propria soggettività.