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Seconda pagina da “Cocomeri e guerre”


Gli psicoanalisti che li avevano in cura a partire dagli anni venti, quelli del cactus in sala d’attesa, non è che tenessero la barra del timone sempre ferma. E anche adesso che ci avviciniamo ai nuovi anni venti, quelli del 2000, non è che le barre si tengano ferme: tutti autistici, tutti organici, tutti psichici e non si capisce niente e le scarpe diventano strette. E con l’idea di farle diventare più comode ci si mette qualche interpretazione fasulla. Ma una scarpa stretta col cotone morbido diventa ancora più stretta!
Non ci sto: dobbiamo avere uno straccio di prova che sia psichico. Vale per tutti, nevrotici compresi, che anche loro ci sono perché ci fanno. Se non ci fanno, non sono affar mio, non sono i nevrotici che potrebbero andare da uno psicoanalista. Vadano da uno psichiatra, da un prete, da un esorcista; si facciano ricoverare in una clinica statica, dinamica e metallurgica, ma non intraprendano una psicoanalisi.
Ovvero stiamo usando le stesse parole per indicare fatti diversi: quelli che ci sono perché ci fanno e quelli che ci sono perché ci sono nati o diventati per disgrazia fisica.
Un altro straccio di prova ci serve per attestare come e qualmente che la persona ci mette prima qualcosa e poi tutto per fare funzionare l’eventuale psicoterapia o psicoanalisi. Visto che c’è perché ci fa, ha da fornirci qualche indizio sul fatto che sta cercando di smettere di farci.
Ed infine serve un altro straccio di prova che il lavoro stia procedendo, se no facciamo bene a lasciare perdere. Precisamente allo stesso modo dello stato di putrefazione dell’universo e dell’eventuale cadavere del dio minore che hanno bisogno di stracci di prova, come ho dimostrato all’inizio. Cioè a dire: sta venendo da noi un dio che ha perso in parte o del tutto la sua divinità e la vuole ritrovare, o è uno che aspetta il miracolo da noi?
E non dobbiamo dimenticare che non si tratta di prove, ma di stracci che possono volare al vento. Il pensiero invece, se è comodo, rimane. Non si vedono scarpe comode volare al vento. Il cotone vola, e come se vola!
Quelli di adesso, autistici voglio dire, se non parlano, non giocano, non imitano gli altri, hanno subito la dichiarazione. Ed è vero che magari non si pensano nemmeno (stavolta lasciatemelo dire: poverini!). Avendo davvero il cervello lesionato, si penseranno poco o niente.
Nel bel mezzo di uno scherzo, mi sono trovato a parlare di una serie di disgrazie. Però se io ne ho parlato scherzando e tenendo i piedi nelle scarpe comode, altri ne parlano con compassione e con i piedi in faccia alle persone.
Ogni tanto questo bambino, figlio di dio, disegnava. Mangiava poco e cresceva male, chiuso in se stesso. Così tutti erano preoccupati per lui. E per sua fortuna non c’erano medici per dire che aveva un difetto genetico, né psicoanalisti per fargli una terapia di quelle che durano trent’anni senza mai guardare in faccia il bambino, che nel frattempo smette solo di essere bambino.
Insomma fu abbandonato a se stesso e guarì. Ma non illudiamoci, non succede né a tutti, né spesso.

Due pagine da “Cocomeri e guerre”

Per introdurre il tema della prossima volta, il 24 aprile, ho spostato un testo che avevo già inserito e inserisco due pagine dal citato libro. Una oggi, una fra una settimana. Ciò che desidero fare è promuovere l’interesse intorno alla questione della difesa del bambino nella scelta patologica precoce. Di seguito la citazione:
La creazione dei fichi d’India

Il bambino però rimase male del fatto di essere stato sgridato e non parlò con nessuno per molto tempo. Sembrava autistico.
Anche certuni di questi si credono dei. Ma non proprio quelli di adesso che hanno una grave lesione da qualche parte del cervello e non possono pensarsi per nulla.
Il bambino figlio del dio minore era come gli autistici di una volta, quelli che c’erano prima di un certo Kanner che ha fatto tanta chiarezza, al tempo in cui invece di un cocomero scoppiò una guerra.
Ma la parola esisteva già e l’aveva inventata un certo Bleuler, nel 1907, per indicare alcune persone adulte che pensavano, secondo lui, di far da sé e perciò chiudevano i rapporti con gli altri. Come a dire, aggiungo io, automatici. Ma attenzione: non si lavavano, non parlavano, non guardavano, e via dicendo. Poi la parola venne applicata anche ad alcuni bambini.
Per essere chiari e non lasciare dubbi sul disturbo del figlio del dio minore: una volta i bambini, per essere dichiarati autistici, dovevano dimostrare che ci pensavano. Ad esempio, si pensava che ci pensavano (ma mi piacciono proprio i giochi di parole) perché si dondolavano, oppure mettevano le guance come se succhiassero dal seno, o sputavano nel vuoto. Se passava un altro, non capitava neanche per sbaglio che lo guardassero e senza farsi accorgere fissavano lo sguardo nello spazio vuoto di prima. Da qualche parte ho letto di un certo bambino che negli anni venti leccava il cactus nella sala d’attesa della sua terapista che continuava a tenere lì il cactus. Ora non c’è una lesione del cervello che fa leccare le foglie di cactus, sputare, guardare lo spazio vuoto e via dicendo.
Insomma si pensava che facevano a posta, come certe volte si dice: “Ma ci sei, o ci fai?”
E c’erano perché ci facevano e non smettevano mai di farci.
Nel mio piccolo essere dio, trovo che l’osservazione che ho appena fatto mi sta comoda, come certe scarpe che sono della misura giusta e di buon pellame e non ti accorgi neanche di averle ai piedi. Ci sono perché ci fanno. Semplice come bere un bicchiere d’acqua.
Questi autistici si può presumere che si pensino dei in mezzo agli stronzi, non come me che mi penso dio in mezzo agli dei.
Mi penso dio in mezzo agli dei, anche se fossero dei nevrotici, psicotici, autistici, stronzi, nemici e figli di buona donna. Sempre dei, in grado di cambiare idea su di sé, sull’universo creato, sulla madre di cui sono figli e soprattutto su di me. In grado di cambiare non solo idea, ma anche del tutto madre, padre, parenti, amici e conoscenti. Alcuni con un lapsus mi hanno chiamato mamma o papà. E se non cambiano idea, peggio per loro, la mia divinità non ne risente.
Gli autistici invece si pensano dei in mezzo agli stronzi puzzolenti che non possono smettere di puzzare e loro non smettono di farci e perciò di esserci.

continua…

Intorno all’autismo come questione

Autismo - Ho trovato nel web quest'immagine che ben rappresenta il concetto di autismo. Purtroppo non conosco l'autore per poterlo citare

Trovo che oggi sia necessario difendere il concetto stesso di psiche, il che equivale a dire che è il pensiero stesso ad aver bisogno di essere difeso. Sto continuando la sua difesa ad esempio dalla pretesa di una falsa scientificità che non si accolla neanche l’onere di definire ciò di cui si occupa.
Ho l’impressione nettissima che non si tratti solo di una cattiva pratica operativa, ma di una precisa intenzione di nascondere persino le tracce del pensiero.
Ciò mi risulta con particolare evidenza intorno alla diagnosi di autismo.
Il DSM (per i pochi che non sanno, il Manuale Statistico Diagnostico) fissa i criteri di definizione intorno alla mancanza di atti comunicativi. Ma la parola “autismo” era già occupata e designava una particolare affezione psichica nella quale erano evidenti i segni del non-volere-comunicare. Ad esempio: l’atto di evitare lo sguardo altrui, fino a farsi scoprire a non volere guardare; non la mancanza del contatto oculare (cosa che può derivare da una patologia neurologica gravissima) ma la prova del fatto che il soggetto in questione (adulto o bambino) non vuole guardare l’altro negli occhi.
Questa particolarità e le altre connesse (l’atteggiamento della bocca come se stesse a succhiare; il dondolare del capo; lo sputo nel vuoto; il rifugiarsi in un angolo della stanza con la faccia rivolta all’angolo) stanno ad indicare quella serie particolare di atti nei quali il soggetto dimostra che si chiude, come risultato di un’azione decisa e pensata volta appunto alla chiusura di se stesso.
Il tratto per cui si decide di prendere in terapia è dato dal fatto che il soggetto dimostra una minima apertura nei confronti di una persona qualsiasi che per ciò, e solo per ciò, può mettersi nella posizione di terapista.
Balza agli occhi il fatto che il tizio che si mette nella suddetta posizione non deve fare altro che lasciare al soggetto l’iniziativa. Al soggetto che prima si chiudeva in se stesso viene offerta la possibilità di aprirsi da una persona degna. A rendere degna la persona è l’iniziativa del soggetto nei suoi confronti.
In conclusione di questa breve notazione: atto psichico quello che inaugura la patologia, atto psichico quello che ne intraprende la via di uscita.
E gli altri? Quelli che non danno le due serie di prove? Coloro per i quali non si può ragionevolmente affermare che si chiudano in se stessi e che inizino il processo di apertura? Ce ne possiamo dolere, giustamente, ce ne possiamo occupare a qualsiasi titolo e ragione, ma non fanno parte di coloro per i quali una terapia psicologica è possibile.
Ma perché, in conclusione, è importante questa notazione? Primo, perché così impostate le cose non c’è chi non veda immediatamente la domanda: come mai il tal soggetto si è chiuso in se stesso? Secondo, perché si vede immediatamente che finora non ho messo in campo nessun criterio scientifico, ma solo una serie di dati osservativi, analoghi, se non simili, all’osservazione per la quale so di avere cinque dita per mano e due occhi.
Se tali osservazioni hanno il carattere della sicurezza, oppure quello dell’incertezza conoscitiva è questione che non riguarda la scienza, ma una serie malnata di elucubrazioni filosofiche. Ed anche qui, non è contro la filosofia, ma contro gli errori della filosofia; non contro la scienza, ma contro gli errori della scienza.
Ricordo infine che ho già voluto occuparmi della cosa nel “Cocomeri e guerre, ovvero la remota origine dei fichidindia” a cui rimando per una divertente discussione intorno alla questione.
www.cocomerieguerre.it

Senza parole, tranne grazie!

Ho motivo di essere soddisfatto per ieri sera, per quanti hanno partecipato in Galleria Boragno ed in streaming, intervenendo con domande e osservazioni.

Il motivo della soddisfazione è che assieme stiamo creando una comunione di idee e di pensiero che va da San Diego,in California, a Sidney, in Australia, dove si sono svegliati alle 6 del mattino, passando per New York, Barcellona (quella spagnola, non quella siciliana), la Svizzera, Milano, Pisa e Pistoia, Ragusa e ovviamente Busto Arsizio e altri di cui abbiamo sicurezza, ma non sappiamo il posto.

Sono poche persone per ogni luogo, poche ma buone, che condividono con me il principio di dare valore alle idee ed ai fatti che abitualmente vengono messi nel nostro stesso dimenticatoio e in quello più grande della cultura. Come ad esempio l’omosessualità di Laio.

È questa anche la ragione per la quale accomuno tutti nel ringraziamento a mia figlia Chiara, che  organizza tutto, a Francesca Boragno che mi supporta culturalmente e logisticamente, a Mauro di Family Studio e Giuseppe (GB) per il sostegno e l’attrezzatura tecnica ed infine ad Altiplena che ha offerto il caffè.

Galleria Boragno

www.boragno.it

Family Studio

audio, luci e video

www.familystudio.it

GB

www.giuseppebrugnone.com

Il caffè prendetelo con noi!

Ci siamo quasi! Stasera riprendono gli eventi di Riflessioni a Ruota Libera!

Cenate con calma, ma non prendete il caffè! Sarà Altiplena a offrirci un ottimo caffè 100% biologico!

Vi aspettiamo alle 21.00 in Galleria Boragno con “Edipo, lo zoppo! – Il potere della maledizione”!
(oppure in diretta streaming allo stesso orario)

Come e perché ci si ritrova ammalati psichicamente

Comincio questa riflessione partendo da un luogo comune che spero di rivalutare: la vita è una questione di scelte. A volte banalizziamo alcune frasi che sono entrate nel linguaggio comune, fino a non capirne la reale portata.
Ciò che chiamiamo nazionalità è un esempio del fatto che la vita è una questione di scelte. La nazionalità ha un carattere legale: uno è cittadino italiano perché ha dei requisiti tali per cui un funzionario pubblico possa certificare o scrivere su un passaporto: il tal dei tali è cittadino italiano.
Durante il mio recente viaggio in Argentina, ad un tassista che ricordava di avere il nonno italiano, ho chiesto se si sentiva italiano. Mi ha risposto che no, si sentiva ed era argentino e, come milioni di altri in quella terra, aveva i nonni italiani ed era cittadino argentino.
Una cameriera invece mi diceva di avere un nonno tedesco ed uno italiano e che lei si sentiva e voleva essere italiana. Ed avendo saputo che poteva ottenere la cittadinanza italiana, aveva iniziato a sbrigare le pratiche.
È stato in quel momento che ho pensato: ma è come la vita psichica! Uno si iscrive alla nazione della pazzia, un altro vuole iscriversi ad un’altra nazione. Ed infine ancora, uno preferisce dichiararsi apolide.
La vita è una questione di scelte: ci si iscrive al partito dei fobici, degli insonni, dei violenti. E ci si cancella. A volte non da soli, ma da sé.
Partiti, nazioni, associazioni: tutte metafore del carattere connesso alla scelta del soggetto.

E questo da sé, benché non da soli è ciò che sulla scorta di Freud chiamo psicoanalisi.
Ora qualcuno potrebbe chiedermi: “Ma perché dice chiamo? La psicoanalisi non esisteva prima di lei?”
Rispondo semplicemente ed ancora che è una questione di scelte. Ho scelto questa strada, nell’infinito mondo che in un centinaio di anni si è creato intorno alla parola psicoanalisi. Non sto a dilungarmi su questo infinito mondo. Dico solo, in contrapposizione non con tutti, che ho privilegiato la strada in cui si considera la possibilità che l’individuo ce la faccia da sé e da solo. Se afferma di non farcela da solo, ci spieghi anche il perché. Dai ricordi intorno a questo perché nascerà la strada perché ritrovi (ri-trovi significa che l’aveva già trovata) la strada.

Benvenuti in Galleria! da Francesca Boragno

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