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L’importanza del sintomo sine materia

L’espressione nasce per significare che nel corpo si trova una malattia che nello stesso corpo non ha ragione di essere; piuttosto manifesta una contraddizione che non consente alla malattia di iscrivere le proprie ragioni nel corpo.
Ad esempio si perde la sensibilità e la capacità di movimento di una gamba, ma tale perdita non segue la via dei nervi che interessano la gamba, piuttosto quello che la persona pensa essere la gamba. Da questo fatto chiunque trae l’impressione che la persona faccia “a posta” a bloccare la gamba.
A volte la persona stessa è portata ad osservare di non avere alcuna paralisi neurologica (né flaccida, né spastica) e trova che è un frutto del proprio pensiero, anche se non sa come ha fatto e soprattutto come può sbloccare la gamba.
Non rimando a più avanti la seguente notazione: solo con quelli che fanno questa osservazione si può tentare la via di una qualsiasi terapia psicologica. Ovvero: ad inaugurare una terapia psichica non è il godimento nel marciume del sintomo, ma l’osservazione del marciume e il desiderio di abbandonarlo. Ovvero ancora: non consiglio a nessuno di essere così matto da pensare di potere guarire gli altri che non vogliono guarire e soprattutto rendo noto che mi tengo lontano da una tale pazzia. Sto dicendo: anche la pazzia, sintomo sine materia per eccellenza, è una scelta fatta con piena avvertenza e deliberata coscienza; ed essendo la materia della pazzia grave per definizione, suggerisco di trattarla come la Chiesa tratterebbe un peccato mortale.

Faccio un provvisorio ed incompleto elenco delle estensioni del concetto di sine materia.
Innanzi tutto verso le già dette affezioni iscritte nel corpo e che in esso non trovano ragione. In secondo luogo verso le elucubrazioni mentali che chiamiamo ossessioni. Poi tutte le paure che non hanno luogo di esistere, dall’ansia all’angoscia. Ma non devono avere luogo di esistere, non applicate il concetto alla madre in angoscia per il figlioletto che viene operato a cuore aperto. Non per la povera madre e nemmeno per il bambino, poverino! Ma soltanto perché non è sine materia! Ed infine alle pratiche, anche sessuali, nelle quali manca la materia dell’eccitazione.
Non priviamoci infine della possibilità di metterci dentro le pazzie! Quella di Hitler, perché l’esempio riesce meglio. Non perché sembri che abbia avuto una relazione con una nipote e nemmeno perché si dice che andava in bianco con Eva Braun, ma perché pensava di poter conquistare il mondo e prendere possesso della Storia. Ora di impadronirsi della Storia lo concediamo solo a Dio, che però se la prende comoda: non so quante migliaia di anni ha lasciato trascorrere dalla mela alla Redenzione; da questa a tutt’oggi sono passati più di 2000 anni e ancora non si vede, neanche all’orizzonte. Quelli che lo vedono già, fate voi se sono senza materia. Perché anche l’allucinazione è percezione senza oggetto, cioè sine materia.
E concludo sull’allucinazione. Non si tratta di andare a spiegare alla persona che sta allucinando, si tratta di vedere (anche il non vedere ciò che è evidente fa parte dei sine materia, come giustamente osservano le mogli ai mariti che non trovano i calzini nel cassetto) si tratta di vedere che non c’è ciò che la persona dice di vedere, udire; che non c’è ciò di cui sente il profumo, il sapore, la sensazione tattile. Come vedete, ci siamo dentro tutti: chi non ha visto, intravisto, sentito il profumo, il sapore di qualcosa che non c’è? Non ho detto che la persona ha bisogno di allucinare, c’è un salto logico: lo fa e basta.

La semplice notazione che lo fa, ristabilisce il pensiero di chi fa, si ossessiona, si sintoma (passatemi per favore il neologismo, serve!) nel suo procedere per scopi o fini a noi ignoti. E allora possiamo affermare: a qual fine lo fa? Se la ragione ci è nota, parliamo di ragione cosciente, altrimenti siamo costretti dalla logica a cercare una ragione inconscia. E così introduco il concetto di inconscio: ci possono essere ragioni che sfuggono alla nostra coscienza.

In tutto questo non ho seguito un percorso scientifico, ma un processo logico. Se qualcuno trova che la mia logica difetti da qualche parte, mi fa una cortesia a segnalarmelo.

Tra il significativo ed il bello

Non tutti i bastardi sono di Vienna

Non tutti i bastardi sono di Vienna, Sellerio

Due citazioni da “Andrea Molesini: Non tutti i bastardi sono di Vienna, Sellerio.
“Il mio collegio era dei domenicani e i padri consideravano la salute del corpo importante almeno quanto quella dell’anima, su cui erano – e la cosa stupiva non poco – propensi ad ammettere una certa ignoranza.” (Pag. 20).
Trovo veramente notevole che, nel giudizio dell’Autore, questi padri domenicani erano propensi ad ammettere una certa ignoranza sull’anima.
Ne prendo spunto per professare che il mio essere psicoanalista consiste nel riconoscere la completa ignoranza sui fatti della psiche soggettiva (e quale altra psiche oltre quella soggettiva?). Lo sanno bene i pochi che mi frequentano e mi hanno frequentato: li ho sempre incitati a lavorare da se stessi alla scoperta dei propri pensieri.
Nel lavoro che sto facendo di revisione della psicoanalisi, questo è il più significativo dei miei apporti: il soggetto in analisi sa; se al momento non riesce a dire è perchè se lo impedisce. Lavorando con me, può smettere di impedirsi di sapere.

La seconda citazione dallo stesso libro riguarda una frase che mi colpisce per la sua concisa bellezzza: “… nata per restare ferma, al centro del misero splendore del tutto che passa.”

A Pina

Se si potesse cantare
l’amore,
io canterei
di te e di me
e del nostro
cammino
insieme,

se si potesse cantare
l’amore,
io canterei
dei nostri pensieri
orientati
l’un l’altro
in affetto
crescente,

se si potesse cantare
l’amore,
io canterei
di come mi stringi
la mano
quando la tua
prendo
e di come mi si stringe
il cuore
quando il tuo
si stringe,

ma l’amore
non si può cantare,
si vive,
come tu ed io
viviamo,
quali mature e audaci
tortore
librate in volo
sui loro
molti anni
di teneri
ricordi
e ardite
passioni,

amore che ci prende
e non si lascia
cantare,
ma se si potesse
cantare
io canterei
di te e di me
e di noi due
sperduti viandanti
che si sono
ritrovati
appassionati.

Busto Arsizio, 21.08.2011

La sventurata rispose … male!

È vero che non potete mangiare frutta?
Sì, che possiamo mangiarla! Abbiamo tutta la frutta che vogliamo: pere, banane, uva.
Ma proprio tutta?
Ma sì, certo. Anche le nespole, le albicocche, le angurie. Tutta la frutta, perbacco!
E quell’albero in mezzo?
Eh, beh! Quello no! Quello non possiamo toccarlo, il Signore non vuole!
Ma allora ne siete privi, vi manca qualcosa! Io posso mangiare quello che voglio, sono un serpente io! A me nessuno dice che questo posso mangiarlo, quest’altro non posso. Non mi piace la frutta e non la mangio. Mi piacciono i topolini, che a te fanno schifo, e anche i passerotti che però volano via. Ma io li afferro di nascosto. E tu, invece, puoi mangiare tutta la frutta tranne le mele! Ma che paradiso credi che sia quello dove il frutto migliore non puoi mangiarlo!

25 Maggio: Ma cosa ne sai tu, maledetto serpente, del bene e del male?

25 Maggio: La corrotta Bibbia

25 Maggio: La corrotta Bibbia

Un commento a tre libri

Ho avuto occasione di leggere tre libri contro la psicoanalisi e mi astengo dal commentarli per intero. Faccio solo un cenno per vedere come mettano in evidenza gli errori che ci sono stati trasmessi con la cosiddetta psicoanalisi e prima di essa. Errori del pensiero che costituiscono i nodi scorsoi con i quali il pensiero soffoca, ovvero viene tenuto nello stato di obbligazione di mantenere represso un proprio contenuto.

Qui di seguito i link:
• Il libro nero della psicoanalisi
• Inconscio ladro!
• Crepuscolo di un idolo
Il seguito domani sera, presso la galleria Boragno.

Il libro nero della psicoanalisi

“Le livre noir de la psychanalyse”

A.A. V.V. // Curato da Catherine Meyer


De Il libro nero della psicoanalisi sostengo che quella descritta non è la psicoanalisi. Non c’è nulla nelle esperienze raccontate che si sia mosso nella direzione del dare risposta alla questione che il ritorno del rimosso pone. Dare alla persona che cerca una risposta un’altra imposizione non serve a nulla, se non a peggiorare le cose. La psicoanalisi non è un nuovo vincolo al pensiero, che di già ne ha molti, ma l’opera di liberazione dagli obblighi che portano alla rimozione.

Inconscio ladro!

Malefatte degli psicanalisti

di Elisabetta Ambrosi


Ad Elisabetta Ambrosi, autrice di Inconscio ladro, vorrei dire che ha fatto bene a scrivere del suo (sembrerebbe) non riuscito tentativo di analisi. Ho cercato, senza successo, di mettermi in contatto con lei. Ha ragione: è entrata in una dinamica in cui la sua questione è stata omessa dal suo analista. Quello che mi impressiona è che sia mancata la risposta anche nella prefazione e nella postfazione di due analiste. Ha ragione la Ambrosi! Non ha avuto risposta e forse non l’ha trovata lei stessa. Dico forse perché nel fatto di aver messo in piazza se stessa può esserci sia la soluzione che la complicazione del problema. Dal testo non si capisce, ma si capisce che si è messa a pensare in proprio, cioè con libera-mente. Mi si perdoni il gioco di parole. E pensare libera-mente non può che avviare la soluzione della propria questione, malgrado l’eventualmente non riuscito lavoro di analisi.
Lo dico in un’altra maniera: ha ragione Elisabetta Ambrosi, andava da una persona nella speranza di non trovare ostacoli al proprio pensiero e di liberarsi delle vecchie barriere, si è trovata con un nuovo ostacolo e con le vecchie barriere rinforzate. Ma il tentativo di liberarsi del nuovo ostacolo può comportare l’abbattimento graduale anche delle vecchie barriere. Come se fosse tutto in una diga: una crepa la farà gradualmente crollare.

Crepuscolo di un idolo

Smantellare le favole freudiane

di Michel Onfray

In Crepuscolo di un idolo, che non ho finito di leggere, Michel Onfray svolge una critica serrata a Freud. Ma più lo critica, più mi spinge ad essere freudiano. Nelle sue contraddizioni, Freud dimostra il faticoso lavoro che ha compiuto (ha compiuto?) nel tentativo di rendere ragione di un fatto: c’è un pensiero rimosso che spinge per uscire dalla prigione in cui il soggetto lo ha posto, questa spinta ci si presenta, nella costante ripetizione, come la malattia psichica. La soluzione non può che venire dal soggetto stesso, magari con l’aiuto di uno che non lo aiuta per nulla, se non nel fatto di valorizzare la libertà di pensiero che si esprime nella regola analitica. Se ad Onfray, e a chiunque altro, non dovesse sembrare questo il compimento di Freud, allora mi assumerò la paternità di aver evidenziato una conclusione che era già tutta insita nelle premesse.
Il seguito domani sera, presso la galleria Boragno.

27 Aprile: È ariano che vive lo spirito del popolo

27 Aprile: Umberto Eco

27 Aprile: Umberto Eco