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Provocazione in tre tempi

Primo tempo

Stamane

sul mio

davanzale

ho immaginato

due colombe

posate

un istante.

Me ne rammento

ora

che imbrunisce,

ma è ancora

più forte

in me

l’amore,

affetto

del mio pensiero.

 

Secondo tempo

Stanno su

un lontano

verde prato

due dolci

tartarughini

amoreggiando

e tra le acque

del ruscello

scorrono

lentamente

i nostri

dolci

pensieri

amorosi.

 

Terzo tempo, ovvero il senso capovolto

L’odio ch’al cuor mal fatto ratto s’apprende

Prese costei della brutta persona che mi fu tolta

E il modo ancor m’offende.

L’odio, ch’a nullo odiato odiar consente

Mi prese del costei spiacer che come vedi

Ancor non m’abbandona.

Cocomeri e Guerre

Cocomeri e Guerre – Ovvero la remota origine dei fichidindia

Un suggerimento del tutto privo di disinteresse ;)

Per una lettura estiva, vi do un suggerimento del tutto privo di disinteresse.

Di Carmelo Corrado Occhipinti, che dopotutto è il “mi babbo”, Cocomeri e guerre, ovvero la remota origine dei fichidindia.

Si trova da Boragno a Busto Arsizio, e a Ragusa sia presso il bar Ambassador che all’edicola in via Di Vittorio, angolo via Stesicoro.

Prendo spunto dal commento di Salvatore Iacono per descrivere l’opera, ma la cosa migliore è andare sul sito www.cocomerieguerre.it dove si possono consultare i commenti di chi l’ha già letto e se ne può richiedere una copia.

“In uno stile di suggestiva leggerezza l’Autore ci prende per mano e ci guida nei meandri della psiche dove hanno preso dimora nuclei di pensieri ed emozioni che determinano le scelte esistenziali e spesso anche le vicende storiche.

Ogni pagina del libro richiederebbe un approfondimento, ma la personale riflessione giunge ad una buona conclusione individuale. È un libro ricco di intuizioni, di metafore sempre dense di meditazioni”.

 

 

Psicoanalisi

Una osservazione edificante durante la pausa estiva.
Edificante, nel senso che permette una ulteriore costruzione.
Tra il dire e il fare c’è di mezzo il male.
Una persona mette in mezzo il male al posto del mare in un suo fare particolare che riesce a dire ma che non si risolve a fare. Di questo male, dopo averlo detto, non ne vuole sapere per lungo tempo.
Ovvero teniamo e manteniamo, all’interno del nostro unico pensiero, frammenti di pensieri che a volte si comportano come corpi estranei rispetto a noi.
Nel loro comportarsi come corpi estranei possono determinare il nostro comportamento. La persona che mette in mezzo il male non accederà alla padronanza del fare (o del non fare, che rispetto alla padronanza è la stessa cosa) finché non risolve, in un senso o nell’altro, l’idea del male.
Francesca da Rimini non ha risolto un pensiero analogo, di cui non ci è dato sapere molto, ed è passata ad un fare di cui si asserisce non-padrona.
Intorno a questi frammenti di pensiero che si comportano come corpi estranei affermo che è utile e possibile spendere la parola psicoanalisi e la sua pratica.
La dimostrazione di questa ultima frase sarà nel seguito del lavoro di Riflessioni a ruota libera. Una utile premessa si trova in Cocomeri e guerre, dove in forma scherzosa ho voluto evidenziare le stesse osservazioni. Ne cito un brano indicativo.

Pirandello al confronto era un chierichetto, bravo perché non andava a messa, ma immaginava persone col pensiero pieno di dubbi. Vediamo come. E non so chi sono, e nemmeno cosa faccio; forse il naso mi pende di qua, ma no ti pende di là; ma mi ha detto di qua o di là?

E sono la figlia di quella signora e la seconda moglie di quello lì, che per prima moglie aveva avuta la figlia di quella signora, che sarebbe mia madre. E perciò dovrei essere morta, ma tutti e due hanno avuto un esaurimento nervoso e io per me non so chi sono e neanche se in clinica sono andata io oppure mia madre, allora faccio la seconda moglie e la figlia morta, che però è viva e voi fatevi gli affari vostri.

Ed ero Mattia Pascal, ho finto di essere morto, sono diventato Adriano Meis, ma non mi stava bene neanche così e sono tornato, ma ormai ero morto e perciò sono quello che una volta fu Mattia Pascal.

Per il buon Pirandello rimaneva sempre il pensiero di una persona piena di dubbi, ma alle prese col proprio esclusivo pensiero. E quindi poteva correggere i dubbi, aggiungo io. Perché il dubbio è come la perplessa catena di prima: una volta preso sul serio il proprio dubbio, si diventa più sicuri. (pp. 31 e 32).

Sarai contento Dante, se ti tiro per la giacca? Ma sì,figlio mio, tira pure. Ormai…

Credo che un buon modo per iniziare sia quello di tirare la giacca a Dante. Ora sono sicuro che di tutti gli indumenti possibili, sicuramente il Poeta non indossava la giacca e di tutte le interpretazioni, poche corrispondono alla mia.

Ma ho bisogno di portare qualcuno nei miei discorsi e la cosa migliore è prendere da chi ha evocato il tema che sviluppo.

“A ruota libera” (ovvero la regola analitica fondamentale) significa innanzi tutto togliersi dalla testa di non essere soggetti di se stessi, di non aver preso le decisioni che abbiamo preso, di non aver fatto ciò che abbiamo fatto.

Sarebbe bello intendere così i seguenti versi:

Bestemmiavano Dio e lor parenti,

l’umana spezie e ‘l loco e ‘l tempo e il seme

di lor semenza e di lor nascimenti.

(Inf. III, 103-106)

E ancora:

Quando giungono davanti a la ruina,

quivi le strida, il compianto, il lamento;

bestemmian quivi la virtù divina.

(Inf. V, 34-37)

Mi chiedo se non abbiamo il diritto di aggiungere alle interpretazioni correnti anche quella per cui i dannati hanno una caratteristica del tutto simile alle persone che non risolvono le proprie questioni attribuendone la colpa a Dio, al modo in cui è fatta la specie umana, ai propri genitori, alla propria origine. Escludono se stessi come soggetti (anche nel senso del soggetto sintattico) dal proprio agire. E allora strida, compianti e lamenti.

Ormai che ho tirato la giacca, la tiro ancora di più, dicendo che sarebbe bellissimo se il verso con cui chiudo questa comunicazione significasse che il demonio Minosse ha capito che Dante personaggio è un vero soggetto (come si dice “un vero uomo”, vale anche per le donne):

“disse Minos a me quando mi vide”

(Inf. V, 17).

Nella ripetizione per tre volte della sillaba “mi” nello stesso verso possiamo vedere Dante che cammina con le sue gambe, pur guidato da Virgilio.

…domande all’autrice, per finire…

Ma cosa c’entra il giardino di Candide?

Il sottotitolo completo è “Il giardino di Vaga- Candide” Perché il giardino? In “Candide” il protagonista alla fine pronuncia una frase che fa capire che ha cambiato idea. Prima pensava che non ci fosse nulla da fare, perché tutto è già determinato; alla fine ha la buona idea di coltivare il proprio giardino, che vuol dire lavorare per costruire dei rapporti che diano frutto. Allora non crede più che tutto sia dato, anche se occorre fare un lavoro per arrivarci.

Ed è quello che tenta di fare Vaga, a dire il vero molto timidamente. Infatti spesso rimanda le cose che desidera fare.

Dal romanzo si coglie che Vaga non è la sola ad avere idee balorde in testa …

Infatti incontra persone che si fanno rovinare la vita da idee fisse e che per questo rinunciano ad avere successo, pur non mancando loro niente per raggiungerlo.

Ci sono dei personaggi minori nel romanzo  che accompagnano la vicenda di Vaga e compagnia, quale di questi personaggi ti sei divertita a descrivere?

Un tipo bizzarro che Vaga e il marito incontrano in vacanza e che chiede in affitto un piccolo appartamentino. Quest’uomo è un professionista che probabilmente quando segue la sua professione è un tipo serio, ma quando parla d’amore si comporta come una macchietta degna di far parte di una commedia di Toto’ e Peppino De Filippo e ciò che dice è farsesco, ridicolo.

Sul dietro di copertina leggo che Vaga è una spudorata. Perché lo è?

Perché Vaga mette in piazza tutti i suoi pensieri, ma non solo, e fa questo a differenza di quando era adolescente in cui si chiudeva a riccio perché aveva l’idea balorda che i panni sporchi si lavano in famiglia.

Ora sa che è inutile censurare pensieri, azioni e omissioni perché il raccontarli è liberante, permette di legare con altri perché questi possono ritrovare pensieri che anche loro hanno avuto e dopo averli letti nel romanzo non sentirsi più unici al mondo.

E’ salutare riconoscere che non siamo i soli a fare certe esperienze.

…domande all’autrice, parte seconda

Il sottotitolo è: “Il giardino di Vaga- Candide.” Perché?

Ho preso il sottotitolo da un romanzo breve di  Voltaire: “Candide o l’ottimismo” e c’è una ragione: Candide, per la sua ingenua semplicità, accoglie come veritiere  le idee  balorde che il  suo precettore Pangloss   gli  mette in testa e cioè  che tutto è  già finalizzato al bene, senza che nessuno faccia niente, e che il mondo che c’è è il migliore dei mondi possibili. E così con queste idee quando incontra qualcuno non ragiona con la propria testa, non usa il suo pensiero per verificare se quella persona è davvero brava  oppure  gli sta rubando il portafogli,  ma parte dal presupposto che gli uomini sono già fatti  per soccorrersi a vicenda  e così finisce arruolato a forza nel reggimento del re dei bulgari,  viene fustigato, sculacciato, bastonato, rimettendoci quasi la pelle.

Ho raccontato questo  perché anche Vaga, come Candide, ha delle idee balorde in testa che non le portano benefico. Sono idee ereditate dall’educazione che ha avuto, dall’ambiente in cui ha vissuto.

Ad esempio ha in testa un detto: “Chi si loda si imbroda”. E’ un detto infame che non permette a nessuno di muoversi perché non dà la possibilità di essere soddisfatti  di quello che si fa perché  proibisce di dire a se stessi “Sono stato bravo”, così come lo  si dice a un altro perché si apprezza il suo lavoro.

L’amico psicoanalista la fa uscire da queste idee perché le dice che è immodesto solo chi pronuncia: “Sono stato bravo” senza aver fatto un lavoro, ma se uno fa un lavoro bene, è modesto, e ha ragione di congratularsi con se stesso. Questo è solo un esempio di idee balorde che Vaga ha in testa e che vengono corrette.

In guerra e in pace, domande all’autrice

Angela Cavelli - In guerra e in pace

Per chi non è potuto venire alla presentazione, riportiamo, una per volta, alcune delle domande che sono state fatte ieri all’autrice Angela Cavelli.

Perché hai scelto come titolo del tuo libro “In guerra e in pace?”

In verità dapprima ho pensato di intitolarlo “Le confessioni di Vaga” perché Vaga, la protagonista del romanzo, a suo tempo ha fatto l’analisi  e anche in questo romanzo le capita  a volte di sdraiasi sul divano per confessare laicamente. Ha anche esperienza del confessare a un sacerdote, le manca fortunatamente il terzo tipo di confessione: quella giudiziaria. Ecco perché volevo intitolarlo così.

Poi ho deciso di cambiare titolo perché il paragone con “Le confessioni di Sant’Agostino”  mi faceva tremare le gambe.

E allora ho pensato a: “In guerra e in pace”, prendendo questa volta da Tolstoi, perché nel mio libro si parla di incontri, ma anche di scontri, di guerre guerreggiate. Certo, c’è una differenza: in Tolstoi  il conflitto è tra nazioni: Russia, Francia, Austria e i luoghi del conflitto sono Austerliz, Mosca, le immense pianure russe; Vaga invece si scontra  con i suoi prossimi e i luoghi delle sue guerre  sono il salotto, il tinello, la cucina, ma sempre di conflitti si tratta.

Dunque la sua guerra comincia in casa.

Perché fa la guerra Vaga e a chi?

Ad esempio fa la guerra all’uomo che si è scelta perché tra loro c’è una differenza di mete: il marito di Vaga vorrebbe una vita frugale, magari  campestre, tranquilla, tra viti e ulivi. Vaga invece vuole vivere nella ricchezza con tanti amici e, perché no, con qualche filippino in livrea.

E’ pur vero che Vaga da giovane aveva il braccino corto, per cui è  anche tentata di vivere in modo frugale. Naturalmente ad alimentare la guerra  c’è anche altro, ma poi lo scoprirete da voi.

Allora per un po’ Vaga cerca di farsi andare bene le idee del suo uomo per cercare di andare d’accordo, vuole inculcarsele, ma poi non ce la fa. E’ come se si dicesse: i fiori sbocciano, gli uccellini cantano, il sole sorge, ma io non sto bene.

E allora inizia a fare la guerra: sbraita, urla, per calmarsi  mette in bocca cinque sigarette per volta, corre per i viali alle cinque di mattina. Poi succede che sogna di dare un matterello in testa al marito. Per fortuna solo in sogno, ma questo la fa accorgere che la sua posizione, l’essere in guerra, non la fa stare bene.

E allora ricorre all’amico psicoanalista  che l’aveva avuta in analisi. Perché Vaga ha la competenza di capire che da sola non ce la fa e cerca, per confidarsi,  una persona che lei ritiene affidabile.

E le parole che questo signore pronuncia le portano una pace  non  illusoria, perché quest’uomo le dà le ragioni per non fare la guerra, aiutandola così a vivere un rapporto pacifico.

La conseguenza di ciò è che lascia che il marito faccia  ciò che ha sempre fatto e lei  cerca di non intervenire più di tanto. Ma siccome non è una fatina delle Winx,  che svolazza sul mondo,

ogni tanto muove le acque, dice la sua in modo non molto garbato (perchè Vaga non è una brava persona), poi riprende il rapporto con il suo uomo, ma almeno senza complessi di colpa.  Diciamo poi  che da questa situazione ha ricavato qualcosa: sa che spetta a lei andare dietro a ciò che le va di fare , senza attendere il successo dell’altro per muoversi.

Ecco questo è un esempio di conflitto risolto e senza aver sporcato il tappeto di sangue. Non è neanche la pace del cimitero dove i corpi non si muovono più, anzi.

Intervista all’autrice del libro “In guerra e in pace”

Riportiamo il link all’intervista realizzata da Bustoweb in occasione della presentazione del libro “in guerra e in Pace” di Angela Cavelli Colombo.

clicca qui per ascoltare l’intervista

Il bello di un libro…

A proposito di

In guerra e in pace

Il giardino di Vaga – Candide

scritto da Angela Cavelli Colombo

Angela ci presenta il suo mondo attraverso gli occhi di Vaga.

È madre, nonna, psicoanalista, intellettuale. Alla ricerca di soluzioni che inizialmente sembrano non arrivare. Poi una intuizione e allora il romanzo acquista un ritmo travolgente, incalzante.

È il punto in cui Vaga corregge l’idea di non volerne sapere dell’ultimo ostacolo sulle proprie questioni.

Ed è a questo punto che si vede emergere anche il modo di scrivere di Angela Cavelli Colombo. È come se Vaga avesse tenuto un diario giornaliero, dove ha annotato il quotidiano infrangersi della propria vita nell’impatto con lo scoglio del pensiero degli altri. Si ferma a riflettere, valorizza il proprio pensiero e contemporaneamente il pensiero degli altri. Allora è un susseguirsi di soluzioni viste proprio laddove sembravano nascoste.

Illuminante. Con due lusinghiere citazioni per me.