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Post scriptum

Se non le pubblico, nei miei cassetti moriranno. Ogni tanto, quando mi va, nel sito, ne farò rivivere qualcuna. Se vi andrà, se vi va, commentatele per me. E ancor di più, so che ne avete anche voi, inviatemele.
Oggi mia madre compirebbe 86 anni, ma i compleanni sono senza data. È a lei, con mio padre, che devo il poco che ho fatto. Ciò che manca, è mancato per mia incuria. Ora che non li ho più con me, elevo a loro questo piccolo cantico. Perciò le prime due, dopo la seguente, li avranno in intestazione, e tutte nel cuore. La ragione è evidente.

Storia di un giorno senza data

Come lampi
nella memoria
si stampano
ormai
affanni
antichi
e impetuosa
forza
sempre viva.

Di una storia
che è mia
e fin qui
condotto
mi ha
partecipi
voglio far
voi, cari amici
che sempre
astanti
siete nel pensier
mio.

In molti
ignorate
quanto vi debbo.

Questo vi rendo:
l’uscita mia
da un affanno
che non più
del tutto
mi appartiene.

Caparbiamente
ho voluto
attraversarlo.

Possa
il mio sforzo
aiutare
qualcuno
se mai
vi si trovasse
in mezzo.

Busto Arsizio, 17.12.2013

Una anticipazione: l’odio, la menzogna, l’inganno

A fine novembre Olga Serina pubblicherà il suo libro sulla vita scolastica. Una carrellata di esperienze personali dell’autrice e di suoi colleghi e amici per invitarci a riflettere sul degrado dell’istruzione pubblica.
A solo titolo di esempio riporto una parte di due episodi. Una insegnante non si era accorta di essere oggetto dell’odio invidioso di alcune colleghe. Un’altra viene accolta a scuola da un padre che le spiattella in faccia una pizza.
Sarà per me un vero piacere scrivere l’introduzione del libro e presentare l’Autrice.
Comincio a delinearne la figura: siciliana trapiantata in Lombardia insegna educazione artistica nella scuola media. Assieme al marito ha costituito una famiglia di artisti, ne trovate cenni ai seguenti link:
www.olgaserina.it
www.sarotorrisi.it
su youtube e fb potete vedere una parte di ciò che sono capaci di fare i figli Sebastian e Francesco.

Un’occasione speciale

Mia moglie ed io abbiamo avuto il privilegio di incontrare Susy Izzo e suo marito nella loro casa a Roma. È stato un incontro profondamente entusiasmante che speriamo di poter ripetere. Per dare un’idea del nostro entusiasmo, dico solo che dopo la conversazione con Susy abbiamo fatto 12 ore di guida parlando del nostro incontro e di psicoanalisi. In tutte le altre occasioni ho parlato con mia moglie di psicoanalisi, questa volta abbiamo parlato, togliendoci le parole di bocca l’un l’altro e rallentando la guida per parlare meglio.
Grazie!

Pubblico la mail ricevuta da Susy Izzo la sera stessa.

Che piacere avervi incontrato,
inoltre aver avuto la gioia dopo tanti anni di trovare chi si interessa della mia Principessa e ha cercato con tenacia il libro e l’autrice rende ancor più valido lo scopo che mi ero prefissa: parlare di una donna dimenticata e mai menzionata su internet, un donna, non solo grande psicanalista, ma una donna arrivata in Italia, in Sicilia da terre molto lontane.
La storia del mio incontro è di più di 30 anni fa , è l’incontro con il Maestro, momenti di gioa e di speranza, con chi mi ha preso per mano e mi ha condotto nel difficile cammino della crescita, o meglio nella scoperta del proprio Sé
Questa era la Principessa Tomasi di Lampedusa.
Il mio libro è la descrizione, sotto forma di cronistoria, di un incontro magico tra due donne: una maestra di psicoanalisi, ma non solo, e una ragazzina che, oltre ad in trauma somatico subito, aveva tutti i turbamenti di un’adolescenza ancora non del tutto elaborata.
Tutte queste emozioni e ricordi sono stati chiusi nel mio cuore e … poi ho incontrato due persone che mi hanno spinto ad aprire il cassetto dei ricordi, il flusso della memoria.
Chi era Alexandra? Mi viene da dire una persona eccezionale che ho avuto il privilegio di conoscere, che ha reso significativi gli anni e le scelte della mia vita.
Susy

La dama e il Gattopardo di Susy Izzo

Ho letto con vero piacere e mi propongo di approfondire il libro in cui Susy Izzo racconta la propria analisi con Alessandra Wolff, moglie di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Il mio piacere è stato duplice. Da un lato la conferma di alcune mie osservazioni in Psicoanalisi, punto e a capo. Per me sono state la scoperta di una cosa che era stata già detta, scritta e dimenticata. Non mi dilungo su questo aspetto, il testo è ancora in commercio, il mio intervento visibile su youtube. Solo una cosa voglio sottolineare: mi ha commosso trovare nero su bianco la lucida analisi di come anche nella psicosi ci fosse un pensiero messo da parte dal soggetto stesso; analisi accompagnata dalla raccomandazione di evitare di perderci tempo.
Mi ha fatto ancor più piacere trovare conferma di quanto la moglie sia stata ispiratrice del marito nella scrittura de Il gattopardo. Sarebbe lunghissimo scendere nei dettagli dell’ispirazione, ma il testo della Izzo è sempre lì ed il mio (con i primi sei interventi di Riflessioni a ruota libera) spero che sia disponibile entro la fine dell’anno; all’epoca non registravo per youtube. Non voglio però omettere di citare un passo:
“Qui su questo terrazzo dove siamo io e lei (la Izzo, n.d.r.), stavo con mio marito, con mille odori e profumi che solo la Sicilia è capace di stillare. Era una notte stellata. Notte però offuscata dalla luna piena. Qui io gli dissi: Inizia a scrivere, inizia a far rivivere i tuoi avi. Inizia a ripopolare e far entrare nel Palazzo la tua storia e le ore trascorse. Non pensarci con melanconia, scrivi e tutto vivrà come prima.” (S. Izzo, La dama e il gattopardo, pag.142).
In effetti ho osservato che la scrittura era una via di uscita dalla melanconia dell’Autore. Al momento non riesco a dire di più, se non che mai prima d’ora non avevo trovato una valorizzazione così importante di ciò che con fatica sono riuscito a sviluppare.

Di un autismo se ne fanno tre

Premessa
Ho già detto che alla domanda: ma c’è o ci fa? Rispondo: c’è perché ci fa!
Il modello universale di definizione delle psicopatologie si chiama DSM (Manuale Diagnostico Statistico), ormai giunto alla quinta edizione. In esso l’autismo viene definito in base all’assenza della competenza comunicativa del bambino; giudicando solo in base a tale assenza, si è ragionevolmente indotti a pensare che sia una patologia organica.
Spesso l’invenzione del termine viene attribuita a Kanner, nei primi anni Quaranta del secolo scorso.
Osservo che la parola era già occupata prima e con Kanner si aprì la strada alla indecisione riguardo alle cause, tra organica e psichica.
Il termine era stato coniato da Bleuler nel 1910 per designare una particolare sindrome nella quale le persone dimostravano di non voler comunicare; negli anni Venti venne esteso anche ad alcune affezioni infantili, quando era possibile osservare che il bambino, non solo non comunicava, ma aveva la chiara intenzione di non comunicare. Erano, e rimangono, segni caratteristici:
➢ il fatto che il bambino non fissa negli occhi l’interlocutore e mettendosi nella traiettoria dello sguardo il bambino si volge da un’altra parte, il secondo aspetto è più importante del primo;
➢ il dondolio del capo o del tronco, perché non c’è una limitazione organica che faccia dondolare il capo o il tronco;
➢ la bocca atteggiata allo sputo o alla suzione;
➢ il fatto, più impalpabile, che pur mancando il rapporto con l’altro, ce ne sia una utilizzazione come un’estensione meccanica del sé; ➢ qualsiasi altro segno, anche impercettibile, che pur mancando il rapporto con l’altro, il bambino ne avverta e ne riconosca la presenza. Per iniziare una psicoterapia, dopo l’osservazione, è necessario vedere che il bambino sta modificando qualcosa. Non si può sapere dove il bambino arriverà, e non si può promettere perciò nulla ai genitori, ma si può promettere che si andrà dove il bambino vorrà andare e fin dove vorrà procedere.

Così ho fatto la distinzione tra l’autismo organico, ormai la parola è utilizzata anche in questo modo, e l’autismo psichico, la sua vecchia, e ancora attuale, definizione. Se la prima infermità è rarissima, la seconda è ancora più rara, ma ci induce ad una riflessione importante: se un bambino piccolo può articolare mentalmente una patologia così complessa e se, con l’apporto di un altro degno, può riuscire a schiodarsi dalla croce alla quale si era attaccato, immaginiamo cosa può fare e cosa possiamo fare se ci poniamo tutti nelle migliori condizioni.
Il dibattito politico e culturale dei nostri giorni non ci mette certo nelle migliori condizioni: sembra che le cose siano messe in modo tale che non si possa capire nulla.
Ad una riunione di un importante istituto di psicoanalisi, due eminenti soci litigarono irrimediabilmente sulla questione se l’autismo fosse organico o psichico senza che nessuno avesse chiesto all’altro di chiarire che cosa intendeva con la parola per la quale si accapigliava.
Ora lasciamoli litigati, come direbbero i bambini, e procediamo con l’altra distinzione: trattandosi di una patologia che il bambino attiva prestissimo, essa dipende anche dall’atteggiamento dei genitori nel suo sviluppo e nella sua evoluzione, guarigione eventuale compresa. Non trovo perciò inopportuno catalogare diversamente almeno i due estremi che mi è capitato di poter osservare e in uno dei due ho avuto la fortuna di veder guarire del tutto.
Dico aver la fortuna di veder guarire perché non sono così matto da pensare di guarire le persone. So di essere riuscito, in alcuni casi, a rendermi degno del lavoro mentale che ad una persona occorre per correggere l’errore. Spero e lavoro perché mi succeda ancora con altre persone.

Un bambino

I genitori mi consultarono, ormai tanti anni fa, chiedendomi di occuparmi del loro figliolo di sei anni. Era stato visto ripetutamente negli anni presso vari centri e tutti avevano diagnosticato un autismo infantile precoce. Già questo fatto avrebbe dovuto mettermi sull’avviso circa le loro reali intenzioni.
Non mi chiesi come mai tante consultazioni e nessuna terapia, a mia scusante aggiungo che spesso capitava e capita di portare un bambino presso un centro dove si fa la diagnosi, ma poi la terapia ha tempi lunghissimi di attesa. Ad ogni modo decisi di cominciare a vedere il bambino. Atteggiava la bocca a suzione, non parlava, non mi guardava, rimanendo col viso girato in una direzione che non era la mia, ma non era neanche opposta a me. Decisi di spostarmi e di mettermi nella traiettoria del suo sguardo. Si girò immediatamente di 45°, allora mi spostai di nuovo e andò a rincantucciarsi in uno degli angoli dello studio. Decisi di rimanere ad aspettare.
Quasi tutto il primo incontro si esaurì in questa dinamica. Nella seconda seduta rimase a lungo nell’angolo, poi cominciò ad interessarsi ad una cesta di giocattoli senza volgere lo sguardo verso di me neanche un momento. Tra i giocattoli che vi erano, ne prese uno ripetutamente: un biberon finto.
La volta successiva gliene feci trovare uno vero con dentro un succo di frutta. Lo bevve tutto e mi guardò una volta. Poi riprese a giocare, quasi rivolto verso l’angolo della stanza, accennando ogni tanto a girarsi verso di me, senza mai farlo completamente: come se fosse in dubbio. La volta successiva andò direttamente alla cesta, prese il biberon, assaggiò un sorso del succo di frutta, poi si volse verso di me e continuò a bere.
Decisi che lo avrei fatto lavorare con me (ormai preferisco questa dizione; con me equivale ad un complemento di compagnia) e lo comunicai ai genitori, dicendo che lo avrei preso e che tanto camminava il bambino, tanto avrei camminato io. Passò qualche mese durante il quale il bambino cominciava ad aprirsi al mondo attraverso di me. In alcuni giochi mi usava appoggiando certi giocattoli sulle mie gambe; entrati in studio mi prendeva la mano. Non mi prendeva mai la mano quando era in vista della madre. A volte ripeteva qualche suono che facevo, mi guardava spesso; una volta mi venne in braccio e si ritrasse immediatamente, ma rimase a guardarmi.
Alla fine di questo periodo, e fu proprio una fine, i genitori mi comunicarono che andavano in pellegrinaggio. Se non avevo nulla in contrario, avrebbero sospeso per un mese, ma avevano già prenotato tutto perciò se avevo qualcosa in contrario potevo tenermi il contrario per me.
Loro volevano la guarigione totale e immediata del bambino e non potevano stare ad aspettare i nostri lenti progressi che pur vedevano bene perché il bambino anche a casa aveva dato segni di apertura. E lo dissero così come ho scritto, avrei potuto usare le virgolette.
Osservai che, siccome partivano due settimane dopo, c’era tempo per continuare a lavorare, avremmo sospeso il tempo del pellegrinaggio e ripreso subito dopo. Mi dissero che proprio non potevano: il tempo, i preparativi, le cose da acquistare, le nespole che non maturavano e le patate che marcivano. Rimanemmo d’accordo che mi avrebbero telefonato al rientro per riprendere il lavoro nel caso in cui il miracolo non si fosse verificato. Il caso del miracolo non venne detto, lo aggiungo io.
Mi telefonò il padre in effetti, ma per dirmi che durante il tragitto il bambino aveva avuto delle violentissime crisi, prima di violenza, poi sembravano simili agli attacchi di epilessia. Erano dovuti scendere dal treno, chiamare un’ambulanza, fare ricoverare il bambino nel più vicino ospedale per fortuna ancora in Italia. Era stata diagnosticata un grave forme di epilessia e intrapreso un trattamento farmacologico. Mi dissero che il bambino stava giorno e notte nel suo lettino col pollice in bocca. Chiesi di farmi vedere le carte del ricovero, mi rispose che proprio non poteva perché lui aveva il lavoro che lo impegnava e la moglie stava col bambino e non poteva lasciarlo un momento.
Non ne seppi più nulla finché una volta lo incontrai. Teneva uno dei pollici in bocca, dava l’altra mano alla madre, ma girandole le spalle. Camminava alternando e accavallando i piedi, girato com’era verso il lato opposto rispetto a quello in cui era la madre. Mi vide, mi corse in braccio (alla lettera!), lo tenni finché volle stare, poi scese, tornò a dare la mano alla madre e a girare le spalle a entrambi.
Lascio ogni commento da svolgere a ciascuno di voi che legge. Per parte mia esprimo solo le conclusioni che mi servono per la serata di mercoledì 29 maggio: la diagnosi di un particolare quadro patologico dipende anche dall’idea che ne hanno i referenti ed il soggetto stesso quando ha possibilità di esprimersi.
In questo caso, il bambino non poteva esprimersi se non come ha fatto, i genitori avevano idea di qualcosa che doveva risolversi con un miracolo.

Una bambina

I genitori in questo caso avevano qualche obiezione a portare la bambina da uno psicoterapista, ma visto che dovevano … Li invitai a ripensarci, ma dissero che ormai si erano decisi. Mi dissero che la bambina, di allora cinque anni, si era inspiegabilmente chiusa in se stessa tutto di un tratto. A pensarci bene, la madre ricordò di averla progressivamente vista spegnere in concomitanza con una loro freddezza coniugale e con una sua crisi.
Il padre di lei malato di cancro incurabile, la madre di lui con qualche altro accidente, correre di qua e di là. La bambina diminuiva il proprio interesse, anche a scuola materna avevano notato il fatto. Il padre di lei era era poi morto, mentre la bambina aveva preso a stare sotto il tavolo a rispondere pochissimo, solo monosillabi, adesso non parlava più da qualche mese.
Nel frattempo il marito era stata impegnato ad assistere la propria madre con la moglie avvolta in un lutto tormentoso che ormai si stava sciogliendo, come si stava attenuando la patologia della suocera. Avevano ripreso i rapporti sessuali da qualche settimana (dopo secoli), ma erano affranti per la bambina: ricordavano la sua vivacità e la contrapponevano alla chiusura che adesso osservavano impotenti.
Parlava soprattutto la madre, mentre il marito annuiva e raramente aggiungeva qualche particolare che non era in contrasto con quello che aveva detto la donna, ma lo chiariva. Ad esempio notava che non aveva potuto fare diversamente, era figlio unico, il padre incapace di fare mestieri in casa. Aveva dovuto anche assentarsi dal lavoro.
Forse si erano anche disamorati, lo dissero entrambi, disamorati l’uno dell’altra e tutti e due della vita e della bambina.
Dalla pediatra erano stati mandati in consultazione da un neuropsichiatra che aveva diagnosticato un autismo e aveva fatto il mio nome. Lui non se ne occupava.
Nella prima seduta di osservazione, la bambina andò a cacciarsi immediatamente sotto la scrivania e vi rimase con le spalle rivolte verso di me per un tempo lunghissimo.
Stavo per riaccompagnarla dalla madre quando vidi che si era spostata e per un attimo volse il suo sguardo verso di me. Allora aspettai, seduto com’ero lontano dalla scrivania, rivolto in una direzione che non incrociava quella del suo viso.
Con la coda dell’occhio vidi che ogni tanto guardava verso di me. La lasciai fare. Poi dissi che ero contento di averla incontrata, la avrei vista ancora e adesso la riaccompagnavo dalla madre. Rimase ferma ad ascoltare e, quando finii di parlare, si alzò e andò verso la porta.
Presi il suo atto come segno di disponibilità al rapporto con me: aveva inteso quello che avevo detto e docilmente lo aveva eseguito. La volta successiva rimase in giro per la stanza, si interessò ai giocattoli, mi ignorò ma non mi volse le spalle. La vidi per circa un anno, osservando le sue aperture verso di me e verso gli altri. Cominciò le scuole elementari con buoni apprendimenti, ormai veniva in studio parlando di me con la madre e con me mentre giocava vivacemente a volte da sola, altre volte con me.
So che sta bene.

29 Maggio… La monaca di Monza

tra finzione e realtà,

due diversi quadri psicopatologici.

Attenzione: L’evento sarà solo ed esclusivamente in diretta streaming!  Seguici in diretta sul Canale dedicato!

 

Il Manzoni prende spunto da un fatto veramente accaduto cambiandone solo alcuni dettagli, ma cosí facendo, cambia tutto.

Vi aspettiamo Mercoledi 29 maggio alle 21 per la diretta streaming.
Come sempre potrete scegliere di seguire e partecipare attraverso:

 

1. Facebook

2. Livestream

3. Riflessioni a ruota libera

 

 

Appuntamento

Ci vediamo in streaming il 29 maggio alle 21. Immaginiamo che la Monaca di Monza si racconti nella versione del Manzoni e come appare dagli atti del processo di Suor Virginia Maria de Leyva. Ne risulteranno due diversi quadri psicopatologici, analogamente ai signor Tal dei Tali e Tal dei Quali.

Il Tal dei Tali ed il Tal dei quali

Avevo promesso i racconti di persone che narrano di se stessi con due scopi diversi:
essere aiutati a rimanere così come sono perché la loro storia non poteva andare diversamente da come è andata e loro non possono essere diversamente da come sono;
essere aiutati a ritrovare il bandolo della matassa sapendo benissimo di poter cambiare.

Se non ci scherzo sopra, non ci provo gusto, a partire dai nomi. Si tratta di due persone che ho visto pochissime volte e meno male, per opposte ragioni, in entrambi i casi.
Il Tal dei Tali mi telefonò disperato un mezzogiorno in cui avevo due uova sul fuoco (dopotutto, cosa volete saperne dei miei affari!) (magari potrei raccontarveli un’altra volta, ma non saprei a che titolo).
Lo invitai a telefonarmi dopo un paio d’ore (il tempo di far rassodare i tuorli, senza farli bruciare), mi rispose che aveva urgenza perché stava proprio male e perciò se per piacere gli fissavo un appuntamento la sera stessa che mi avrebbe spiegato tutto di presenza, anche tardi, tardissimo, a piacer mio e per fare un piacere a lui.
Da allora, ogni volta che metto due uova sul fuoco, spengo il cellulare sul quale attivo il trasferimento di chiamata del telefono dello studio.
Quella volta decisi di fissargli un appuntamento per la sera stessa per togliermelo di torno.
Si presentò all’ora fissata (sarebbe il caso di scrivere allora fissato ma ci vorrebbe il punto esclamativo) in una sera d’estate con un paio di guanti che balzavano agli occhi. Estrasse con la punta delle dita una busta dalla tasca dicendomi che dentro c’era quanto aveva pensato per il mio disturbo, se non bastavano avrebbe provveduto la prossima volta.
Mi disse che aveva una mania ossessiva e compulsiva per la pulizia, diagnostica già da lunghi anni, che era in attesa che gli venisse riconosciuta l’invalidità sociale civile politica tecnica e soprattutto economica.
Adesso la cosa che lo angustiava di più era il fatto che la moglie avesse deciso di non tener conto della suo ossessione compulsiva per la pulizia e voleva che lui (proprio lui, affetto da quel terribile malanno!) usasse le mani per qualsiasi cosa in casa. Se per piacere mi prendevo la briga di convincere la moglie che non poteva, io che ero famoso (parola che deriva più da fame, che da fama) avrei potuto meglio di tutti soccorrerlo alla bisogna.
Avevo notato, ma non colto, che nella saletta d’attesa c’era per terra un fazzolettino di carta. Gli chiesi se lo avesse buttato lui. Rispose che sì, aveva fatto fatica a soffiarsi il naso, ma visto che non c’ero e che non c’era nessun altro aveva dovuto provvedere da sé, ma il fazzolettino non poteva toccarlo più di tanto.
Inutile raccontare il non-seguito. Certe storie non hanno seguito, finiscono prima di cominciare. Proprio come la nostra situazione politico-istituzionale. Non sta andando male, era finita prima di cominciare.

Il signor Tal dei Quali mi telefonò dicendomi che aveva sofferto di anoressia e che adesso con molta fatica aveva ripreso a mangiare ed era anche cresciuto di peso ma non ancora sufficientemente. Voleva lavorare con me per evitare di ricaderci e soprattutto per mangiare con gusto come ormai non riusciva a fare da più di un anno. Era un signore alto un metro e ottanta circa e pesava una cinquantina di chili scarsi, perciò magro e allampanato. Non ricordava bene da quando aveva cominciato a mangiare male e poi a non mangiare, solo che adesso da un paio di mesi, forse tre, da quando era stato ricoverato per l’ultima diarrea, aveva accettato di farsi guidare col mangiare e ingeriva quasi tutto quello che gli preparavano. Sapeva che ce l’avrebbe fatta, ma voleva capire in quale tunnel era andato a cacciarsi e perché. “Mica per fare teorie, sa! Non me ne importa nulla delle teorie, ma se capisco bene perché ho iniziato ad essere cretino, penso che mi verrà facile non farlo più. Ho rischiato di morire, mannaggia a me stesso!”
Ad uno così occorre dire di sì, oltretutto è attraverso questo genere di persone che si diventa famosi (stavolta deriva da fama). Si diventa famosi perché si lasciano lavorare queste persone e si cerca di capire cosa succede e cosa è successo. Si procede a ruota libera (in termini grossi si chiama regola analitica fondamentale) perché si va alla ricerca del pensiero pensato e rimosso.
Questa persona è veramente esemplare e, a voler considerare tutto, avrei dovuto pagarla io, invece di farmi pagare. Avrei dovuto pagarla perché in fin dei conti mi ha fatto vedere una cosa che avevo solo intravisto.
In circa tre mesi nei quali mi ha frequentato mi ha raccontato della sua infanzia, di qua e di là, di su e di giù, di qualche sogno e con qualche lapsus. Tante cose non hanno che un senso limitato, non si escludono mai, ma non è neanche il caso di stare a raccontarle.
Soprattutto che tutte le volte che la sua famiglia mangiava con gli zii, finiva per non mangiare. La madre non tollerava i mariti delle sorelle, era in angoscia tutte le volte che era invitata o che doveva invitarli. Lui assaggiava qualcosa ma poi non mangiava e per qualche giorno rimaneva inappetente (benedetta parola inappetente! La preferisco ad anoressia, ma sarebbe lungo, magari un’altra volta). La nostra vita dipende anche da come parliamo.
Il Tal dei Quali cominciò a precisare che i primi segni di fastidio col mangiare li aveva avuti quando era stato invitato a casa dei genitori della sua fidanzata e aveva avuto i primi cognati di vomito. Prese bene il lapsus sia nel senso suo personale che nel ricordo (altrettanto e più personale) della madre e del padre. E vennero fuori tante altre cose di cui il tacere è bello come era bello allora il parlare (faccio il verso a Dante, se qualcuno non lo avesse riconosciuto).
Qui si è dimostrato come l’intenzione dei ciascuno dei due vada dove vuole andare e che un pensiero scartato era un buon pensiero perché uno può ben avere cognati di vomito come la propria madre e non sentirsi costretto a frequentarli, ancora come la propria madre. Si può fare come hanno fatto i nostri genitori, meglio o peggio, come ci pare, si può mangiare poco con i cognati per non farsi venire i conati. E così il Tal dei Quali mi ringraziò, mi salutò, chiuse la porta e da quel che ne so, esattamente non lo so, fa come gli piace e pare.

Attenzione, o nota bene che dir si voglia: i connotati sono cambiati e nessuno può riconoscere le persone delle quali ho parlato. Alcune persone possono dire di aver lasciato cadere per terra un fazzolettino nel mio studio (ma allora il mio è vizio!), molti hanno cognati di vomito e lo sanno, ma uno solo ha fatto il lapsus con me.
Carissimo signor Tal dei Quali, se si riconosce: Grazie di cuore!

Teorie in psicoanalisi

Quando raccontiamo la storia di una persona, anche la nostra, seguiamo una teoria più o meno esplicita. In psicoanalisi è dato osservare che spesso la teoria implicita del modo in cui la persona si racconta risponde alla seguente formulazione:
è andata così, e non poteva andare diversamente:
in conseguenza di come è andata
non credo di poter cambiare il mio modo di fare (= inibizioni, sintomi, angosce).
Nelle storie raccontate in letteratura si può osservare che l’autore mette nella testa del personaggio una teoria analoga.
È quello che vedremo attraverso La monaca di Monza, nel confronto tra la narrazione manzoniana e la confessione al processo canonico del personaggio storico. Confessione che il Manzoni ebbe il privilegio di leggere.

Inauguro in questo modo una nuova serie nella quale, attraverso le storie ricavate dai libri, o raccolte in seduta, mostrerò la teoria che sorregge le storia e la buona idea che è stata prima omessa poi ripresa in considerazione.

Non so ancora bene se e come riuscirò ad invitarvi di presenza, ma di sicuro ci vedremo in streaming e di sicuro pubblicherò con maggior assiduità qualcosa che il vostro pensiero potrà rendere interessante. A presto!