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31 Ottobre… L’inconscio, una buona idea

L'inconscio, una buona idea

Psicopatologia della vita quotidiana

- Sigmund Freud -

Teniamo riposte e represse nel nostro pensiero le migliori idee, ce le sogniamo di notte, ce le facciamo scappare nei lapsus.
Discorreremo su questo la sera di mercoledì 31.

Mercoledì 31 Ottobre 2012 alle ore 21.00 presso la Galleria Boragno.

Iniziamo con un buon caffè…

Stasera Vi aspettiamo in Galleria Boragno! Inizieremo con un buon caffè biologico gentilmente offerto da Altiplena e poi.. via a spasso con Freud e Riflessioni a Ruota Libera!
Chi ben comincia…

Venite a fare due passi

Stavolta vi invito a una passeggiata, chiacchierando del più e del meno, con me e con Freud che ormai esce poco e malvolentieri. Per l’occasione mi ha assicurato che verrà.
Faremo tre brevi ma importanti passeggiate di ricerca:

  • intorno a come pratichiamo quella che impropriamente è chiamata nevrosi
  • evidenziando ciò che facciamo per liberarcene
  • mettendo in luce il vero analista che è il soggetto in analisi.

Noterete sicuramente che ho riscritto i titoli delle serate.

26 Settembre… Nevrotici Praticanti

Nevrotici praticanti - Carmelo Occhipinti - Sigmund Freud

Inibizione, sintomo, angoscia

- Sigmund Freud -

Mercoledì 26 Settembre 2012 alle ore 21.00 presso la Galleria Boragno.

Pratichiamo tutti, più o meno, la limitazione del nostro pensiero. Ne conseguono pensieri mancati e soluzioni omesse, come se ci astenessimo dalla carne il venerdì e gli altri giorni della settimana. Ma gli affetti rimangono legati a ciò da cui ci asteniamo e noi li sleghiamo, li capovolgiamo e li fissiamo dove vogliamo. E qualche volta ci concediamo la costosa limitazione che un sintomo comporta …
… il seguito mercoledì sera, per quelli che passeggiano in Italia. Indossate scarpe comode e leggere!

Anteprima

A spasso con Freud

Ecco in anteprima il programma per il prossimo ciclo: andremo insieme a fare due passi con Freud. Dico fare due passi perché intendo proporre una lettura leggera, nello stile di riflessioni a ruota libera, come se fossimo a passeggio e ci trovassimo a parlare del più e del meno.
Ecco spiegato il motivo del doppio titolo, da un parte la mia rilettura, dall’altra il titolo originale. Maggiori dettagli nel seguito del lavoro e soprattutto nelle serate fissate sia di presenza che in streaming. Intanto le date e i titoli:

26 settembre 2012, ore 21
Nevrotici praticanti
ovvero, Inibizione, sintomo, angoscia

31 ottobre 2012, ore 21
L’Inconscio, una buona idea
ovvero, Psicopatologia della vita quotidiana

28 novembre 2012, ore 21
Psicoanalisi, punto e a capo
ovvero, L’analisi laica

Una lama di luce, di Andrea Camilleri

Una lama di luce, Andrea Camilleri

Andrea Camilleri a Salvo Montalbano glielo fa sognare di notte di guarire, in un incubo; perché l’idea di stare bene si presenta come un incubo a chi è avviluppato nei propri non riusciti pensieri. Glielo fa sognare di notte e gli fa intendere il sogno come premonitore, come se prefigurasse quello che poi accadrà. Ma il sogno di Montalbano non rappresenta il futuro, come se aspettasse un chiromante per leggerlo. Il sogno rappresenta l’idea di stare bene, come se fosse una lama di luce, appunto, e il commissario si avvia a stare bene, ma poi … bisogna leggerlo direttamente dal libro appena uscito. Non si può anticipare il finale di un giallo appena uscito in libreria!
Si può rispondere ad una domanda prendendo spunto dal libro.
Cosa farebbe e direbbe lei, carissimo dottor Occhipinti, ad un eventuale Salvo Montalbano in analisi?
Direi così: “Lei ha fatto un bel sogno, è una buona cosa che lo abbia fatto e che lo abbia ricordato. Capisco che lei adesso è preso dalle premonizioni, ma vediamo anche cosa altro può voler dire. Si applichi a fare delle associazioni, come già sta facendo, ad esempio, se non le viene in mente nulla di meglio, cosa le ricordano quelle iniziali sul sudario? Dove le ha già viste? Oppure, se preferisce, come mai fa parlare in latino Catarella? Cosa si può associare? E ancora, come mai sogna che il questore è morto?”
Di tutte queste domande ne farei al massimo una, meglio mezza, di quelle col mormorio psicoanalitico che non uso più, tipo: “Uhm… proprio il questore morto…”
E mi applico a quest’ultimo elemento del sogno: Montalbano sogna che il suo superiore è morto! Notevole, veramente notevole! Freud lo ha chiamato Super Io e Andrea Camilleri fa morire in sogno quello del suo commissario, ma alla fine gli fa scegliere una via melanconica con la quale chiude il romanzo.
Ecco a cosa serve un’analisi ed un analista, se è capace di fare lavorare i Salvo Montalbano che vanno da lui: serve a valorizzare il pensiero represso che si esprime nel sogno e attraverso questa valorizzazione, e solo attraverso questa valorizzazione, ad impedire che si intraprenda una via melanconica, o peggio ancora.
Grazie ad Andrea Camilleri di averlo messo per iscritto!

Coincidenze

Trovo che l’occasionale coincidenza della lettura della poesia di Angelo Pluchino e di Lucernario di José Saramago è fin troppo ghiotta per lasciarmela sfuggire. L’Autore portoghese, in un romanzo scritto quando ancora balbettava (sintomo poi superato, non sappiamo cosa ne è stato del senso e del significato), descrive il quadro della psicopatologia comune in un anonimo condominio di una qualsiasi città che per l’occasione è Lisbona. Soggetti per i quali la vita ha un pallido fluire, presi come sono nelle loro inibizioni, nei loro sintomi, nelle loro angosce e nelle loro condotte più o meno patologiche. E tra questi, Abel, di passaggio nel condominio, come tutti siamo di passaggio nella vita, insoddisfatto e non soddisfacibile osservatore, che conclude:
“… ha perso il contatto con la vita, con le sue radici …”

L’idea delle radici

Osservo che intorno all’idea delle nostre radici ci può essere un grande travaglio mentale. Al momento, di questo travaglio, privilegio l’idea che abbiamo qualcosa da difendere: le nostre radici, appunto, ovvero il nostro passato, le nostre tradizioni, la nostra cultura; quasi che, se non ci fossimo noi a difenderle, passato, tradizioni e cultura si perderebbero. Ed è per questo che finiamo per perderli, o farli perdere ai nostri figli, perché li trasmettiamo come un’imposizione, invece che evidenziare la possibilità che ci semplifichino la vita.
La nostra scuola è maestra in questo: ad un certo punto si perde del tutto l’idea del vantaggio di ciò che viene insegnato. Molte scuole di psicologia e psicoanalisi sono imperniate sull’idea del dover sapere, altrimenti si perde la tradizione freudiana (e così si tradisce, senza tramandare).
Lo stesso vale per molte terapie psicologiche, psicoanalisi compresa: la persona deve sapere, dire, fare, perché la tradizione psic lo esige; ovvero la radice culturale del cosiddetto terapista, che non si chiede (e non chiede) mai che cosa costringe il pensiero a restare legato ad un obbligo che non ha più né senso, né significato. Un senso ed un significato di libertà del pensiero che dal soggetto viene affidato ad un sintomo.

Le radici (Traduzione dell’Autore)

Le radici, commentava un amico,
sono per noi un cordone ombelicale

che ci unisce agli altri nella nostra vita
come la mano unisce le cinque dita,

o come l’albero che cresce nella propria terra
e senza questa terra la sua vita muore

per questo la stringe con le proprie radici
e difende dall’acqua la propria preziosa terra

così matura i propri bei frutti e dolci
che nel mondo fanno godere tutti.

Buono mi sembrò il commento ed il paragone,
ma chissà perché mi venne in mente il faraone

e tutti i potenti, ciascuno nel proprio tempo,
dopo il loro avvento ci hanno impoveriti

per portare guerre ai nemici e agli stranieri
che non esistono, se uno riflette onestamente,

l’onestà della vera e santa verità,
che è tale in ogni posto e senza tempo,

come hanno scoperto gli scienziati
che se non sono prezzolati non inventano fesserie

che tutti da una antica e nuova terra siamo partiti
e cercando acqua ed animali ci siamo evoluti,

ma è cresciuta in noi l’invidia per le cose altrui
e cominciammo a guerreggiare

per possedere un territorio sempre più grande
e renderlo nostro giardino

imponendo su questo leggi a nostro vantaggio
che spesso provocavano un disastro

disastro provocato da fattori ambientali alterati
o dal vicino che ci restituiva la nostra guerra

rendeva schiavi i nostri padri
stuprava le nostre donne lasciandole incinte

e questo in tutti i tempi è stata una consuetudine
che tutt’oggi stentiamo a condannare

tutto ciò ci potrebbe aiutare
a riflettere sui fatti e riconsiderare

che le vere radici sono nella comune terra atavica
e nella discendenza comune anche se non voluta.

Angelo Pluchino

I rarichi

I rarichi sintia riri ri ‘n amicu
sunu ppi niautri u uddicu

ca n’ancuccia nni la nostra vita
comu a manu e i cincu ita

o comu a maccia ca nno so terrinu crisci
e senza r’idu a so vita lesta sprisci

e picchissu nne so rarichi u rinserra
e difenni ri l’acqua a so priziusa terra

accussì matura li so bedi e aruci frutti
ca nni lu munnu guriri fanu tutti

bedu mi parsi u riscursu e u parauni
ma sa picchì mi vinni ‘n testa u farauni

e tutti li putenti ca nno so tiempu e duoppu
àna vinutu lassannini ccu la manu a cuoppu

ppi fari li so verri a stranieri e fora regnu
ca ‘un ci sunu se unu pensa ccu ritiegnu

u ritiegnu ri la vera e santa viritÃ
ca èni senza luocu e senza età

comu àna iutu scrupiennu li scinziati
ca se nun su paiati nun ricinu minciati

ca tutti ri ‘na terra nova e antica ni partiemmu
e assicutannu iacqua e armali assai crisciemmu

ma ni crisciu puru a ‘miria ri li cosi ri li frati
e accuminzammu subbitu a pijjiarini a pitrati

ppi pijjiarini sempri ciù tirrinu
e fallu ‘divintari nuostru iardinu

faciennici supra lijji a cuntu nuostru
ca spissu ni purtavinu o disastru

disastru ppo siccu rifiutu ri la terra
o ppo vicinu ca ni rinnia a nostra verra

e mentri i nuostri patri si purtava cche brijji
e nuostri fimmini lassavinu a simenza re so fijji

e chistu nna tutti i tempi à statu ‘n usu
c’ancora ojji stintamu a ricanusciri pp’abbusu

stu fattu però ni putissi aiutari
a riflettiri su li cosi e ripinsari

ca li veri rarichi sunu nni la cumuni terra antica
e nni la discinnenza cumuni puru se ‘minnica