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14 Giugno… Il “Bureau d’echange de maux”

Il ricordo, una benedizione!

- Lord Dunsany -

A causa del pessimo stato della registrazione video, ripeteremo l’evento solo in streaming! Vi aspettiamo in chat!
Per dubbi info@riflessioniaruotalibera.it

Difficoltà

Mi rendo conto che l’audio e il video non sono utilizzabili, il tempo di capire che cosa non ha funzionato e perché e rifarò l’incontro, sarete avvisati da un altra mail. Grazie dell’attenzione.
C.C.Occhipinti

Le nostre scuse

Mi spiace per le difficoltà tecniche che hanno problematica o impossibile la trasmissione, grazie a tanti che abbiamo visto aspettavano … aspettavano e purtroppo non siamo stati in gradi di risolvere il problema. Presto faremo sapere altre notizie,
Carmelo Corrado Occhipinti

Alcune storielle…

Illustrazione di Brad Teare per Science Fiction Classics

Illustrazione di Brad Teare per Science Fiction Classics

Ho la fortuna di avere un papà che quando ero piccina mi raccontava storie prima di addormentarmi. Le storie erano divertenti e avvincenti. A volte si concludevano nel giro di una sera, altre volte erano necessarie più puntate…
Un po’ di anni dopo scoprivo, non sempre in modo altrettanto avvincente, che una certa “monaca di Monza” era un personaggio discretamente famoso e che quel tipo  che aveva mandato un sacco di gente all’infermo e in paradiso si era fatto conoscere in tutto il modo..
Purtroppo dei personaggi meno famosi non ricordo quasi nulla. Ma una volta mi veniva raccontata una storiella ambientata in una Parigi misteriosa e magica.
Finalmente avevo capito che lavoro faceva il mio “babbo”! E la cosa sembrava interessante: un ottimo punto di vista!

Ho idea che il prossimo evento di Riflessioni a Ruota Libera sarà uno dei più belli in assoluto. Forse anche più divertente di quello di Camilleri… Ma in realtà come ci ha apparecchiato la tavola, lo sa solo lui!

A domani!

chiara

Invito al terzo incontro

Introduco e invito alla serata di martedì con una vecchia barzelletta, dove un tale viene dimesso dal manicomio perché il medico lo ha convinto che non ha nulla da temere dalle galline. Giunto all’esterno, torna indietro di corsa per chiedere al medico:
“Lo ha fatto sapere alle galline che non ho nulla da temere da loro?”

Fronda d’ulivo

Il commento alla poesia dialettale “Fronda d’ulivo” mi sembra il miglior collegamento possibile tra la giornata di sabato e il prossimo evento di Riflessioni a ruota libera.
Una ragazza senza nome, detta fronda d’ulivo, è innamorata di un giovane anche lui senza nome, detto quello che anelo io, il padre la vuole sposare ad un terzo, ancora senza nome, quello che marita.
C’è l’universale violenza del matrimonio combinato nell’essere privi di nome, ma anche i matrimoni combinati alcune volte sono andati bene. Nella tradizione popolare della poesia c’è un dire in più: la ragazza è una fronda d’ulivo. Non è una persona, agli occhi del padre, ma un ramoscello che si può innestare dove si vuole. Non ha desideri, come la fronda dell’ulivo, non ha pensieri, non ha affetti.
E la fronda si ribella: non riesce ad opporsi al rito del matrimonio, come vorrebbe, e si oppone alla pratica del matrimonio. Fugge via dal marito e si reca dal suo amato dicendo: “Se non mi vuoi perché trovi che il mio amore per te sia disonesto, allora uccidimi!”
Il suo amato capisce quale valore ha una donna che decide con chi comporre il proprio desiderio, la prende in casa, difendendola dagli insulti del marito.
“Mi è scappata una mula!” dice il marito.
E l’amato risponde: “Non è una mula, è una signora e vuole stare dentro un palazzo!”
A questo punto il marito è dileggiato dalla propria stessa madre.

Tutti possiamo riconoscerci nell’essere stati fronde d’ulivo e muli nel pensiero di qualcuno. E per tutti, attraverso questa poesia, si apre la possibilità di riprendere la guida della nostra vita. Il “Bureau d’echange de maux è sempre aperto dentro noi stessi e abbiamo sempre la possibilità di scambiare una scelta malefica con una benefica.

Quello che ho scritto valga come ringraziamento per Angela Matera e Elisabetta De Lucia che ci hanno messo a disposizione una raccolta ragionata del sapere popolare lucano. Ogni regione ha i suoi particolari saperi, alcune volte gli errori e i valori vengono mostrati con particolare evidenza. È il caso di Fronda d’ulivo.

Proverbi e detti lucani – Identità e specificità di una comunita contadina

“Il dialetto è come i nostri sogni, qualcosa di remoto e di rivelatore; il dialetto è la testimonianza più viva della nostra storia, è l’espressione della fantasia”.

Federico Fellini

Sarà presente l’autrice MATERA ANGELA

presenta CARMELO OCCHIPINTI

interverranno Michele Mancino e Marisa Ferrario Denna

SABATO 5 MAGGIO 2012 – ORE 10,30

Galleria Boragno

Via Milano, 4 – Busto A. – Tel. 0331.635.753

Il tuo cuore è consiglio

Ricorro ad un antico detto siciliano tradotto in italiano per evidenziare la mia riflessione. Consiglio, nel detto, sta per parere, ma anche decisione, orientamento, deliberazione. Si dice a qualcuno che è in dubbio su cosa fare in una determinata occasione che si presenta incerta. A mio avviso il detto invita l’ascoltatore a dare rilievo ai suoi affetti, senza tenerli disgiunti dai pensieri ufficiali, manifesti.
Sto riflettendo sulla saggezza degli antichi proverbi, ma anche sul fatto che hanno bisogno di essere rivisti e giudicati. In una parola calibrati sulla nostra esperienza. Ne I Malavoglia, il Verga ci propone un personaggio che conduce la propria vita in base ai proverbi, ma li utilizza come dispositivi preordinati, per cui finisce per operare quasi senza giudizio. Noi, che viviamo in una città nella quale non siamo né nati, né cresciuti, abbiamo due possibilità rispetto alle nostre origini e alla realtà nella quale viviamo: possiamo tentare il distacco totale, oppure possiamo lavorare (quello mentale è sempre un lavoro, quando è buono è riposante) per creare un ponte tra due culture così diverse ed entrambe così profondamente umane. Sto tentando la seconda strada.
Questa è la ragione per cui ho accettato l’invito di Angela Matera a presentare la sua raccolta di detti e proverbi lucani. Ho visto nel libro la mia stessa ricerca, il mio stesso principio. Ed è anche questa
la ragione per cui dal sito rivolgo a tutti un invito a partecipare.
Se verrete, se ascolterete, troverete un buon piatto preparato: storie diverse conducono a esiti diversi, ma si possono scoprire aspetti incredibilmente nascosti. Angela Matera si è assunta anche il compito di offrire un aperitivo lucano agli intervenuti.

Il cuore mi consiglia di invitarvi.

Informazioni sull’evento qui

Commento

A mio parere la figura mitologica di Medea potrebbe costituire uno dei paradigmi di una certa patologia psichica, ovviamente selezionando le parti più precise da quelle più sfumate. Alla figura di Medea attingono vari autori sia nell’antica Grecia che a Roma, o in nazioni ed epoche a noi più vicine. Dall’interrogarsi dei vari autori e dalle scelte che fanno si potrebbe ricavare un quadro coerente come ho fatto con Narciso e con Edipo.
In questo lavoro ovviamente si modifica il quadro filologico ed ermeneutico, ma il mio obiettivo è quello di mostrare (sempre mostrare ciò che è evidente e non ha bisogno di essere dimostrato) il processo di scelta del soggetto nel percorrere la strada della patologia.
Se un giorno percorrerò la strada di mettere a fuoco la figura di Medea, lo farò con l’obiettivo che ho appena detto. Senza che ciò costituisca un impegno per me, al momento sono portato a mettere in cantiere questo lavoro nel quale risponderò proprio alla tua domanda:
ma come fa una persona a combinare un disastro simile?
Non ti sarà sfuggito il fatto che ho modificato la tua domanda. Al posto di quella che tu descrivi come scissione del soggetto (e a buon diritto), ho messo un soggetto integro perché, non solo in questa occasione, considero il pensiero scisso e non il soggetto.
Ad una persona che tiene separati due pensieri si può fare vedere la linea che li unisce, o meglio, si può mostrare come lui stesso li unisca. Se consideriamo la persona, o il soggetto scissi tra inconciliabili opposti non li uniamo più.
Si può mostrare il nesso tra due pensieri, come si può constatare una cosa che non esiste, ad esempio la scissione del soggetto.
Detto per inciso, ciò che Freud chiama rimozione è il fatto che è saltato il nesso tra un fatto e un pensiero, tra un ricordo e una decisione. E ciò che chiama scissione del pensiero è caratterizzata dall’ampiezza, nel senso anche fisico-geometrico (in una parola, topologico) dei pensieri tenuti separati.
Ecco perché Medea fa una strage di massa, perché ha tenuto separato (e perciò omesso) il giudizio sull’oltraggio di cui è stata vittima.

Leggi anche l’articolo “Questione”

Questione

Quali processi psichici entrano in atto per far sì che la volontà di un soggetto pensante venga sdoppiata o, meglio, che si verifichi una dicotomia tra la volontà del soggetto e le convenzioni socio-culturali, i costumi di una civiltà che impongono una scelta differente da quella voluta? Mi spiego meglio: un esempio pressoché perfetto da accostare al già analizzato Edipo può essere la Medea descritta da Euripide ed Apollonio Rodio: in questo caso, l’ angoscia della scelta si pone fra il seguire nelle sue imprese Giasone (eroe bellissimo, ma pur sempre uno straniero ed uno sconosciuto), per il quale Medea nutre un amore bruciante, oppure tener fede al buon costume impostole dal fatto di essere figlia di un re, ovvero perseverare in una vita verginale ed irreprensibile. La scelta non può che essere tormentata, e la tragedia euripidea ci informa che alla fine Medea ha optato per tradire la propria terra e le proprie leggi, abbandonando il proprio padre per seguire Giasone. L’essersi assunta una tale responsabilità non solo sulla propria vita, ma sulla dignità sua e della sua famiglia, alla fine conduce un’indole già tormentata alla follia più estrema, culminante nell’atto di uccidere i figli per vendicarsi di un torto subìto da Giasone. E siamo al dunque: se Edipo è stato provocato per la prima volta dall’epiteto di “Bastardo” rivotogli da un ubriaco, a sua volta Medea è stata terribilmente condizionata dalla nomea di “Ragazza poco di buono”, “Irresponsabile” derivante da una concezione, profondamente radicata nell’antica Grecia, dell’onore personale come valore imprescindibile. Ci rendiamo dunque conto di quanto l’opprimente cappa della shame culture (“civiltà di vergogna/ di pudore”, come è stata definita dallo studioso Eric Robertson Dodds) sia di peso sull’agire del soggetto libero pensante: però non erano mica tutti matti questi greci… Quindi con quale disposizione psichica deve scontrarsi questa civiltà di vergogna per generare, da un soggetto libero pensante, un soggetto non libero e folle?
Giacomo Chierichetti

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