Una lama di luce, di Andrea Camilleri

Una lama di luce, Andrea Camilleri

Andrea Camilleri a Salvo Montalbano glielo fa sognare di notte di guarire, in un incubo; perchĂ© l’idea di stare bene si presenta come un incubo a chi è avviluppato nei propri non riusciti pensieri. Glielo fa sognare di notte e gli fa intendere il sogno come premonitore, come se prefigurasse quello che poi accadrĂ . Ma il sogno di Montalbano non rappresenta il futuro, come se aspettasse un chiromante per leggerlo. Il sogno rappresenta l’idea di stare bene, come se fosse una lama di luce, appunto, e il commissario si avvia a stare bene, ma poi … bisogna leggerlo direttamente dal libro appena uscito. Non si può anticipare il finale di un giallo appena uscito in libreria!
Si può rispondere ad una domanda prendendo spunto dal libro.
Cosa farebbe e direbbe lei, carissimo dottor Occhipinti, ad un eventuale Salvo Montalbano in analisi?
Direi così: “Lei ha fatto un bel sogno, è una buona cosa che lo abbia fatto e che lo abbia ricordato. Capisco che lei adesso è preso dalle premonizioni, ma vediamo anche cosa altro può voler dire. Si applichi a fare delle associazioni, come già sta facendo, ad esempio, se non le viene in mente nulla di meglio, cosa le ricordano quelle iniziali sul sudario? Dove le ha già viste? Oppure, se preferisce, come mai fa parlare in latino Catarella? Cosa si può associare? E ancora, come mai sogna che il questore è morto?”
Di tutte queste domande ne farei al massimo una, meglio mezza, di quelle col mormorio psicoanalitico che non uso piĂą, tipo: “Uhm… proprio il questore morto…”
E mi applico a quest’ultimo elemento del sogno: Montalbano sogna che il suo superiore è morto! Notevole, veramente notevole! Freud lo ha chiamato Super Io e Andrea Camilleri fa morire in sogno quello del suo commissario, ma alla fine gli fa scegliere una via melanconica con la quale chiude il romanzo.
Ecco a cosa serve un’analisi ed un analista, se è capace di fare lavorare i Salvo Montalbano che vanno da lui: serve a valorizzare il pensiero represso che si esprime nel sogno e attraverso questa valorizzazione, e solo attraverso questa valorizzazione, ad impedire che si intraprenda una via melanconica, o peggio ancora.
Grazie ad Andrea Camilleri di averlo messo per iscritto!

Lutto e melanconia

… arriflittì che veramenti stava rispettanno un lutto.
Quello della so vita persa, spardata senza sapiri né come né perché. (Andrea Camilleri, Gran Circo Taddei …,pag. 236)
In una sola frase è contenuta un’alternativa per contrapposizione ad un’altra frase. O siamo personaggi di un romanzo non scritto da noi, marionette in un cielo di carta, o soggetti attivi che, in mancanza di iniziativa (ovvero: inibizione del pensiero), possiamo almeno giungere alla conclusione di avere sprecato la vita, senza sapere come è perché. Beninteso, avendo invece chiarissimo il come ed il perché.
E ancora, è una frase che ripropone la precisa distinzione tra lutto e melanconia, essendo il lutto un’esperienza dolorosa del pensiero normale mentre la melanconia è il godimento perverso di un pensiero che mantiene la propria inibizione.
Ed infine: nel lutto non c’è niente da elaborare, nella melanconia c’è da riprendere il pensiero della possibile soddisfazione.
Appuntamento al 30 marzo per il seguito.
Carmelo Corrado Occhipinti

Padroni del nostro pensiero

Scrivo queste note conclusive da Ragusa dove ho incontrato un gruppo di colleghi con gli stessi obiettivi con cui ho promosso A ruota libera.

Innanzi tutto grazie di aver camminato con me. 

Abbiamo visto alcune tipologie patologiche tratte dalla letteratura. Abbiamo collegato ogni singolo tratto patologico con specifici processi di pensiero che al loro interno contenevano un errore.

Adesso aggiungo e preciso qualche nota. 

Esiste una precisa distinzione fra normalitĂ  e patologia.

In base a questa distinzione, non è possibile affermare che siamo tutti malati. Ancora in base a questa distinzione, si individua in una domanda la possibilità di una cura.

 La distinzione corrisponde a dati di fatto osservabili da chiunque.

 La distinzione comporta l’affermazione che siamo costitutivamente padroni del nostro pensiero. L’essere dell’Io non padrone in casa propria, cui si riferisce Freud, è la precisa descrizione dello stato patologico del pensiero.

Lo stato patologico del pensiero è il risultato di un processo che in alcuni casi è possibile ricostruire. In Francesca da Rimini, Salvo Montalbano e Fabrizio Corbera abbiamo osservato che avevano visto, o intravisto, una soluzione che poi hanno omesso dal loro pensiero.

 Proseguiremo. Di sicuro proseguiremo, benché ancora io non sia in grado di dire come e quando. Presumibilmente all’arrivo della primavera, con altre serate, ancora in numero di tre. Ho idea di invitare tre persone a servire il piatto principale, io porterò l’antipasto e il dolce.

 L’appetito (che provoca la domanda) è intorno alla risposta che alcuni hanno dato alle medesime questioni. Ma non dico di più per adesso: ho in casa gli ingredienti, ma non ho potuto assicurarmi se i tre cuochi vorranno cucinare. In caso cucino io. Se volete potete cominciare a preparare.