Un esempio letterario di ciò di cui ci occuperemo.

A quasi quarant’anni ancora dentro di sé andava svolgendo vicende di desiderio e d’amore con alunne e colleghe che non se ne accorgevano o se ne accorgevano appena: e bastava che una ragazza o una collega mostrasse di rispondere al suo vagheggiamento perché subito si gelasse. Il pensiero della madre, di quel che avrebbe detto, del giudizio che avrebbe dato sulla donna da lui scelta, della eventuale convivenza delle due donne, della possibile decisione di una delle due di non fare vita in comune, sempre interveniva a spegnere le effimere passioni, ad allontanare le donne che ne erano state oggetto come dopo una triste esperienza consumata e quindi con un senso di sollievo, di liberazione. Forse ad occhi chiusi avrebbe sposato la donna che sua madre gli avesse portato, ma per sua madre lui, ancora così ingenuo, così sprovveduto, così scoperto alla malizia del mondo e dei tempi, non era in età di fare un passo tanto pericoloso.

(Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo).

Padroni del nostro pensiero

Scrivo queste note conclusive da Ragusa dove ho incontrato un gruppo di colleghi con gli stessi obiettivi con cui ho promosso A ruota libera.

Innanzi tutto grazie di aver camminato con me. 

Abbiamo visto alcune tipologie patologiche tratte dalla letteratura. Abbiamo collegato ogni singolo tratto patologico con specifici processi di pensiero che al loro interno contenevano un errore.

Adesso aggiungo e preciso qualche nota. 

Esiste una precisa distinzione fra normalità e patologia.

In base a questa distinzione, non è possibile affermare che siamo tutti malati. Ancora in base a questa distinzione, si individua in una domanda la possibilità di una cura.

 La distinzione corrisponde a dati di fatto osservabili da chiunque.

 La distinzione comporta l’affermazione che siamo costitutivamente padroni del nostro pensiero. L’essere dell’Io non padrone in casa propria, cui si riferisce Freud, è la precisa descrizione dello stato patologico del pensiero.

Lo stato patologico del pensiero è il risultato di un processo che in alcuni casi è possibile ricostruire. In Francesca da Rimini, Salvo Montalbano e Fabrizio Corbera abbiamo osservato che avevano visto, o intravisto, una soluzione che poi hanno omesso dal loro pensiero.

 Proseguiremo. Di sicuro proseguiremo, benché ancora io non sia in grado di dire come e quando. Presumibilmente all’arrivo della primavera, con altre serate, ancora in numero di tre. Ho idea di invitare tre persone a servire il piatto principale, io porterò l’antipasto e il dolce.

 L’appetito (che provoca la domanda) è intorno alla risposta che alcuni hanno dato alle medesime questioni. Ma non dico di più per adesso: ho in casa gli ingredienti, ma non ho potuto assicurarmi se i tre cuochi vorranno cucinare. In caso cucino io. Se volete potete cominciare a preparare.

Conversazioni

Riporto la sintesi di alcune conversazioni. In corsivo le frasi non mie.

L’intervento su Dante ha l’aria della semplificazione eccessiva perché lei ha costruito un modello che sembra funzionare con le persone che stanno bene. Queste persone possono regolare la loro vita sentimentale. Ma quelle che stanno male? Come fanno ad accorgersi di stare male. Se sono prigioniere, come fanno ad accorgersi di essere prigioniere e come possono fare per uscire dalla loro prigione?

Noi incontriamo le persone nella crisi della loro vita. Di questa crisi, al momento in cui inizia il nostro rapporto, non sanno dire molto, ma sanno molto di più di quello che dicono. Noi le mettiamo in condizione di dire liberamente e nel dire, a volte tramite il nostro aiuto, rompono la catena delle associazioni che lega il loro pensiero. Ritrovano il punto di inizio della crisi e hanno la possibilità di orientare il loro pensiero diversamente. Non importa che poi davvero si orientino diversamente, il fatto di averne considerato la possibilità, rende il primo orientamento meno costrittivo.

Della crisi le persone sono avvertite da quelli che la psichiatria chiama sintomi, angoscia e inibizioni. Non si dà il caso di non avvertimento, si dà frequentemente il caso di menzogna sull’avvertimento.

Ma non bisogna dimenticare che il funzionario responsabile è il soggetto stesso, mai e poi mai noi professionisti.

A noi rimane la possibilità di un giudizio cautelativo per noi stessi: che operazione sta facendo il funzionario sui suoi affari? Sta negando, rinnegando, mistificando? Questo ci riguarda solo in quanto osservatori ed eventualmente per i nostri rapporti con lui. Non siamo i missionari di un falso vangelo.

Perciò l’eventuale decisione: “soffro di angoscia e me la tengo” è di stretta pertinenza del soggetto e nessuno ha competenza contro di lui.

Invece la decisione: “Soffro di angoscia e te la faccio pagare” ha un altro rilievo. Oppure: “Soffro di angoscia e perciò comando io, o meglio, quella che io chiamo la mia angoscia.”

Ma allora non è la pace l’obiettivo di una psicoanalisi?

No! Di certo. Una psicoanalisi ha per obiettivo che la persona risolva ciò per cui la intraprende (sintomi) e l’analista dice di sì perché individua la presenza di pensieri tenuti nascosti dal richiedente. Ed individua, almeno per cenni (ma sicuri), che il portare alla luce questi pensieri nascosti può comportare la caduta dei sintomi.

Semmai questo può comportare non la pace, ma la guerra. Ed alla guerra si va armati.

Armati di che?

Di quello che occorre per la guerra. Si vis pacem, para bellum. Volendo fare una metafora, direi che occorre essere armati di spada, lancia e soprattutto scudo.

Quale scudo?

Innanzi tutto il pensiero. Si dice a volte che l’atto di difesa sia un male, soprattutto se è un atto meccanico. Affermo invece che difendersi è una cosa buona; se si fa automaticamente, meglio ancora. Il vero problema di quelli che si rivolgono a noi chiedendoci una analisi è semmai (da vedere singolarmente per ogni persona) che non si difendono bene, come Amleto. Non un meccanismo di difesa, ma una difesa in un meccanismo che non funziona.

Ad esempio, accorgersi che mi fa la guerra uno che abbia per motto: “Soffro di angoscia e sarà questa che comanderà i nostri rapporti.”

Psicoanalisi

Una osservazione edificante durante la pausa estiva.
Edificante, nel senso che permette una ulteriore costruzione.
Tra il dire e il fare c’è di mezzo il male.
Una persona mette in mezzo il male al posto del mare in un suo fare particolare che riesce a dire ma che non si risolve a fare. Di questo male, dopo averlo detto, non ne vuole sapere per lungo tempo.
Ovvero teniamo e manteniamo, all’interno del nostro unico pensiero, frammenti di pensieri che a volte si comportano come corpi estranei rispetto a noi.
Nel loro comportarsi come corpi estranei possono determinare il nostro comportamento. La persona che mette in mezzo il male non accederà alla padronanza del fare (o del non fare, che rispetto alla padronanza è la stessa cosa) finché non risolve, in un senso o nell’altro, l’idea del male.
Francesca da Rimini non ha risolto un pensiero analogo, di cui non ci è dato sapere molto, ed è passata ad un fare di cui si asserisce non-padrona.
Intorno a questi frammenti di pensiero che si comportano come corpi estranei affermo che è utile e possibile spendere la parola psicoanalisi e la sua pratica.
La dimostrazione di questa ultima frase sarà nel seguito del lavoro di Riflessioni a ruota libera. Una utile premessa si trova in Cocomeri e guerre, dove in forma scherzosa ho voluto evidenziare le stesse osservazioni. Ne cito un brano indicativo.

Pirandello al confronto era un chierichetto, bravo perché non andava a messa, ma immaginava persone col pensiero pieno di dubbi. Vediamo come. E non so chi sono, e nemmeno cosa faccio; forse il naso mi pende di qua, ma no ti pende di là; ma mi ha detto di qua o di là?

E sono la figlia di quella signora e la seconda moglie di quello lì, che per prima moglie aveva avuta la figlia di quella signora, che sarebbe mia madre. E perciò dovrei essere morta, ma tutti e due hanno avuto un esaurimento nervoso e io per me non so chi sono e neanche se in clinica sono andata io oppure mia madre, allora faccio la seconda moglie e la figlia morta, che però è viva e voi fatevi gli affari vostri.

Ed ero Mattia Pascal, ho finto di essere morto, sono diventato Adriano Meis, ma non mi stava bene neanche così e sono tornato, ma ormai ero morto e perciò sono quello che una volta fu Mattia Pascal.

Per il buon Pirandello rimaneva sempre il pensiero di una persona piena di dubbi, ma alle prese col proprio esclusivo pensiero. E quindi poteva correggere i dubbi, aggiungo io. Perché il dubbio è come la perplessa catena di prima: una volta preso sul serio il proprio dubbio, si diventa più sicuri. (pp. 31 e 32).

Sarai contento Dante, se ti tiro per la giacca? Ma sì,figlio mio, tira pure. Ormai…

Credo che un buon modo per iniziare sia quello di tirare la giacca a Dante. Ora sono sicuro che di tutti gli indumenti possibili, sicuramente il Poeta non indossava la giacca e di tutte le interpretazioni, poche corrispondono alla mia.

Ma ho bisogno di portare qualcuno nei miei discorsi e la cosa migliore è prendere da chi ha evocato il tema che sviluppo.

“A ruota libera” (ovvero la regola analitica fondamentale) significa innanzi tutto togliersi dalla testa di non essere soggetti di se stessi, di non aver preso le decisioni che abbiamo preso, di non aver fatto ciò che abbiamo fatto.

Sarebbe bello intendere così i seguenti versi:

Bestemmiavano Dio e lor parenti,

l’umana spezie e ‘l loco e ‘l tempo e il seme

di lor semenza e di lor nascimenti.

(Inf. III, 103-106)

E ancora:

Quando giungono davanti a la ruina,

quivi le strida, il compianto, il lamento;

bestemmian quivi la virtù divina.

(Inf. V, 34-37)

Mi chiedo se non abbiamo il diritto di aggiungere alle interpretazioni correnti anche quella per cui i dannati hanno una caratteristica del tutto simile alle persone che non risolvono le proprie questioni attribuendone la colpa a Dio, al modo in cui è fatta la specie umana, ai propri genitori, alla propria origine. Escludono se stessi come soggetti (anche nel senso del soggetto sintattico) dal proprio agire. E allora strida, compianti e lamenti.

Ormai che ho tirato la giacca, la tiro ancora di più, dicendo che sarebbe bellissimo se il verso con cui chiudo questa comunicazione significasse che il demonio Minosse ha capito che Dante personaggio è un vero soggetto (come si dice “un vero uomo”, vale anche per le donne):

“disse Minos a me quando mi vide”

(Inf. V, 17).

Nella ripetizione per tre volte della sillaba “mi” nello stesso verso possiamo vedere Dante che cammina con le sue gambe, pur guidato da Virgilio.