Se la psicoanalisi fosse una zattera

Per costruire la zattera della psicoanalisi bisogna essere in due. Non è necessario nessun preconcetto, anzi meglio se non ce ne sono, per evitare che il peso la faccia affondare.

Ogni zattera che viene costruita è come se prima non fossero state mai costruite zattere in quanto, malgrado la ruvidezza dei materiali, bisogna starci comodi proprio quei due, fino ad arrivare all’isola di Psiche, navigando in mezzo ai flutti delle cattive interpretazioni.

Chiamaremo i due che si apprestano a costruire la zattera navigante e navigatore.

Navigante, perché si presume che abbia voglia di navigare.

Navigatore perché si presume che conosca l’oceano.

A forza di presumere si pecca di presunzione.

Ai naviganti dico, prima di cominciare a costruire la zattera:

“Smettetela di presumere che faccia tutto io. Qualcosa farò, ma non sempre quello che vi aspettate.”

(Se qualcuno si sentisse scoraggiato da questa frase, farebbe bene ad occuparsi del proprio scoraggiamento).

E poi aggiungo: “Tu, carissimo navigante, siediti a prua e guarda la rotta, io mi siedo a poppa e guarderò tutto quello che affiora da sotto la zattera, perché sarà da lì che affioreranno le onde che ti sarà utile prendere in considerazione.”

Se prima d’ora non siete mai andati verso Psiche è stato perché, tutte le volte che cominciavate a navigare, escludevate di considerare quello che affiorava da sotto la vostra bellissima nave. Ora siamo costretti a costruirci una zattera e pazienza! Ci daremo da fare per riparare la vostra nave e vi mostrerò che il tesoro si trova dove non pensate che sia.

N.B. Le metafore funzionano meglio delle cattive interpretazioni; queste ultime fanno incagliare la nave, la sbattono sugli scogli, la immobilizzano. Una metafora schiude l’orizzonte del possibile evocandolo.

Dietro i monti sorge il sole, lo intuiamo dal chiarore che illumina l’alba con il suo pallido rosa. Ben lo sapeva Dante, quando scriveva:

L’alba vinceva l’ora mattutina

che fuggia innanzi, sì che di lontano

conobbi il tremolar della marina.

Padroni del nostro pensiero

Scrivo queste note conclusive da Ragusa dove ho incontrato un gruppo di colleghi con gli stessi obiettivi con cui ho promosso A ruota libera.

Innanzi tutto grazie di aver camminato con me. 

Abbiamo visto alcune tipologie patologiche tratte dalla letteratura. Abbiamo collegato ogni singolo tratto patologico con specifici processi di pensiero che al loro interno contenevano un errore.

Adesso aggiungo e preciso qualche nota. 

Esiste una precisa distinzione fra normalità e patologia.

In base a questa distinzione, non è possibile affermare che siamo tutti malati. Ancora in base a questa distinzione, si individua in una domanda la possibilità di una cura.

 La distinzione corrisponde a dati di fatto osservabili da chiunque.

 La distinzione comporta l’affermazione che siamo costitutivamente padroni del nostro pensiero. L’essere dell’Io non padrone in casa propria, cui si riferisce Freud, è la precisa descrizione dello stato patologico del pensiero.

Lo stato patologico del pensiero è il risultato di un processo che in alcuni casi è possibile ricostruire. In Francesca da Rimini, Salvo Montalbano e Fabrizio Corbera abbiamo osservato che avevano visto, o intravisto, una soluzione che poi hanno omesso dal loro pensiero.

 Proseguiremo. Di sicuro proseguiremo, benché ancora io non sia in grado di dire come e quando. Presumibilmente all’arrivo della primavera, con altre serate, ancora in numero di tre. Ho idea di invitare tre persone a servire il piatto principale, io porterò l’antipasto e il dolce.

 L’appetito (che provoca la domanda) è intorno alla risposta che alcuni hanno dato alle medesime questioni. Ma non dico di più per adesso: ho in casa gli ingredienti, ma non ho potuto assicurarmi se i tre cuochi vorranno cucinare. In caso cucino io. Se volete potete cominciare a preparare.

Grazie

Malgrado la stanchezza della serata, non mi voglio privare del piacere di lasciare sul sito un ringraziamento a tutti coloro che sono venuti e alle pietanze che hanno messo a disposizione.
In particolare mi viene in mente il confronto tra le due interpretazioni: quella romantica e quella che ho privilegiato nella mia esposizione.
E aggiungo un particolare che in sala ho omesso. Nella interpretazione che privilegio Lucifero non è esattamente condannato all’inferno, ma lasciato nell’inferno che egli stesso crea.
Muove le ali per liberarsi dal ghiaccio, ma il ghiaccio è dovuto al movimento delle ali. Ne risulta la visione di un Dio che lascia Lucifero alla sua pena. D’altra parte il peccato di Lucifero è l’invidia di non volere Dio in quanto Dio.
Ho già avuto modo di apprezzare le altre possibili interpretazioni, come quella citata in sala da un partecipante (mi scuserà se non conosco il nome): Lucifero ha ottenuto lo sguardo, benché punitivo, di Dio. Si aprono altri scenari e altre costruzioni.
Tanto per un tangibile grazie a tutti gli intervenuti.
Carmelo Corrado Occhipinti

29 Settembre: “La bocca mi baciò tutto tremante”

La bocca mi bacio tutto tremante - Dante Alighieri

29 Settebre 2010 ore 20:30

Galleria Boragno

via Milano, 4 – Busto Arsizio – 0331.635753

“La bocca mi baciò tutto tremante”


Nei due

più noti

amanti,

un tratto delle

nostre

piccole

importanti

vitali

amorose

storie.


Della vita sessuale omettiamo prima il pensiero, poi lo riproponiamo omettendo noi stessi in quanto soggetti.

Con tremore.


La serata, a ruota libera, sarà articolata intorno alla lettura e commento di alcuni versi.

Gli interventi sono richiesti, ma non obbligati. Per durate previste superiori ai due minuti preghiamo di comunicarlo anticipatamente.

guarda la mappa per scoprire dove si terrà l’evento

Psicoanalisi

Una osservazione edificante durante la pausa estiva.
Edificante, nel senso che permette una ulteriore costruzione.
Tra il dire e il fare c’è di mezzo il male.
Una persona mette in mezzo il male al posto del mare in un suo fare particolare che riesce a dire ma che non si risolve a fare. Di questo male, dopo averlo detto, non ne vuole sapere per lungo tempo.
Ovvero teniamo e manteniamo, all’interno del nostro unico pensiero, frammenti di pensieri che a volte si comportano come corpi estranei rispetto a noi.
Nel loro comportarsi come corpi estranei possono determinare il nostro comportamento. La persona che mette in mezzo il male non accederà alla padronanza del fare (o del non fare, che rispetto alla padronanza è la stessa cosa) finché non risolve, in un senso o nell’altro, l’idea del male.
Francesca da Rimini non ha risolto un pensiero analogo, di cui non ci è dato sapere molto, ed è passata ad un fare di cui si asserisce non-padrona.
Intorno a questi frammenti di pensiero che si comportano come corpi estranei affermo che è utile e possibile spendere la parola psicoanalisi e la sua pratica.
La dimostrazione di questa ultima frase sarà nel seguito del lavoro di Riflessioni a ruota libera. Una utile premessa si trova in Cocomeri e guerre, dove in forma scherzosa ho voluto evidenziare le stesse osservazioni. Ne cito un brano indicativo.

Pirandello al confronto era un chierichetto, bravo perché non andava a messa, ma immaginava persone col pensiero pieno di dubbi. Vediamo come. E non so chi sono, e nemmeno cosa faccio; forse il naso mi pende di qua, ma no ti pende di là; ma mi ha detto di qua o di là?

E sono la figlia di quella signora e la seconda moglie di quello lì, che per prima moglie aveva avuta la figlia di quella signora, che sarebbe mia madre. E perciò dovrei essere morta, ma tutti e due hanno avuto un esaurimento nervoso e io per me non so chi sono e neanche se in clinica sono andata io oppure mia madre, allora faccio la seconda moglie e la figlia morta, che però è viva e voi fatevi gli affari vostri.

Ed ero Mattia Pascal, ho finto di essere morto, sono diventato Adriano Meis, ma non mi stava bene neanche così e sono tornato, ma ormai ero morto e perciò sono quello che una volta fu Mattia Pascal.

Per il buon Pirandello rimaneva sempre il pensiero di una persona piena di dubbi, ma alle prese col proprio esclusivo pensiero. E quindi poteva correggere i dubbi, aggiungo io. Perché il dubbio è come la perplessa catena di prima: una volta preso sul serio il proprio dubbio, si diventa più sicuri. (pp. 31 e 32).

Sarai contento Dante, se ti tiro per la giacca? Ma sì,figlio mio, tira pure. Ormai…

Credo che un buon modo per iniziare sia quello di tirare la giacca a Dante. Ora sono sicuro che di tutti gli indumenti possibili, sicuramente il Poeta non indossava la giacca e di tutte le interpretazioni, poche corrispondono alla mia.

Ma ho bisogno di portare qualcuno nei miei discorsi e la cosa migliore è prendere da chi ha evocato il tema che sviluppo.

“A ruota libera” (ovvero la regola analitica fondamentale) significa innanzi tutto togliersi dalla testa di non essere soggetti di se stessi, di non aver preso le decisioni che abbiamo preso, di non aver fatto ciò che abbiamo fatto.

Sarebbe bello intendere così i seguenti versi:

Bestemmiavano Dio e lor parenti,

l’umana spezie e ‘l loco e ‘l tempo e il seme

di lor semenza e di lor nascimenti.

(Inf. III, 103-106)

E ancora:

Quando giungono davanti a la ruina,

quivi le strida, il compianto, il lamento;

bestemmian quivi la virtù divina.

(Inf. V, 34-37)

Mi chiedo se non abbiamo il diritto di aggiungere alle interpretazioni correnti anche quella per cui i dannati hanno una caratteristica del tutto simile alle persone che non risolvono le proprie questioni attribuendone la colpa a Dio, al modo in cui è fatta la specie umana, ai propri genitori, alla propria origine. Escludono se stessi come soggetti (anche nel senso del soggetto sintattico) dal proprio agire. E allora strida, compianti e lamenti.

Ormai che ho tirato la giacca, la tiro ancora di più, dicendo che sarebbe bellissimo se il verso con cui chiudo questa comunicazione significasse che il demonio Minosse ha capito che Dante personaggio è un vero soggetto (come si dice “un vero uomo”, vale anche per le donne):

“disse Minos a me quando mi vide”

(Inf. V, 17).

Nella ripetizione per tre volte della sillaba “mi” nello stesso verso possiamo vedere Dante che cammina con le sue gambe, pur guidato da Virgilio.