Di un autismo se ne fanno tre

Premessa
Ho già detto che alla domanda: ma c’è o ci fa? Rispondo: c’è perché ci fa!
Il modello universale di definizione delle psicopatologie si chiama DSM (Manuale Diagnostico Statistico), ormai giunto alla quinta edizione. In esso l’autismo viene definito in base all’assenza della competenza comunicativa del bambino; giudicando solo in base a tale assenza, si è ragionevolmente indotti a pensare che sia una patologia organica.
Spesso l’invenzione del termine viene attribuita a Kanner, nei primi anni Quaranta del secolo scorso.
Osservo che la parola era già occupata prima e con Kanner si aprì la strada alla indecisione riguardo alle cause, tra organica e psichica.
Il termine era stato coniato da Bleuler nel 1910 per designare una particolare sindrome nella quale le persone dimostravano di non voler comunicare; negli anni Venti venne esteso anche ad alcune affezioni infantili, quando era possibile osservare che il bambino, non solo non comunicava, ma aveva la chiara intenzione di non comunicare. Erano, e rimangono, segni caratteristici:
➢ il fatto che il bambino non fissa negli occhi l’interlocutore e mettendosi nella traiettoria dello sguardo il bambino si volge da un’altra parte, il secondo aspetto è più importante del primo;
➢ il dondolio del capo o del tronco, perché non c’è una limitazione organica che faccia dondolare il capo o il tronco;
➢ la bocca atteggiata allo sputo o alla suzione;
➢ il fatto, più impalpabile, che pur mancando il rapporto con l’altro, ce ne sia una utilizzazione come un’estensione meccanica del sé; ➢ qualsiasi altro segno, anche impercettibile, che pur mancando il rapporto con l’altro, il bambino ne avverta e ne riconosca la presenza. Per iniziare una psicoterapia, dopo l’osservazione, è necessario vedere che il bambino sta modificando qualcosa. Non si può sapere dove il bambino arriverà, e non si può promettere perciò nulla ai genitori, ma si può promettere che si andrà dove il bambino vorrà andare e fin dove vorrà procedere.

Così ho fatto la distinzione tra l’autismo organico, ormai la parola è utilizzata anche in questo modo, e l’autismo psichico, la sua vecchia, e ancora attuale, definizione. Se la prima infermità è rarissima, la seconda è ancora più rara, ma ci induce ad una riflessione importante: se un bambino piccolo può articolare mentalmente una patologia così complessa e se, con l’apporto di un altro degno, può riuscire a schiodarsi dalla croce alla quale si era attaccato, immaginiamo cosa può fare e cosa possiamo fare se ci poniamo tutti nelle migliori condizioni.
Il dibattito politico e culturale dei nostri giorni non ci mette certo nelle migliori condizioni: sembra che le cose siano messe in modo tale che non si possa capire nulla.
Ad una riunione di un importante istituto di psicoanalisi, due eminenti soci litigarono irrimediabilmente sulla questione se l’autismo fosse organico o psichico senza che nessuno avesse chiesto all’altro di chiarire che cosa intendeva con la parola per la quale si accapigliava.
Ora lasciamoli litigati, come direbbero i bambini, e procediamo con l’altra distinzione: trattandosi di una patologia che il bambino attiva prestissimo, essa dipende anche dall’atteggiamento dei genitori nel suo sviluppo e nella sua evoluzione, guarigione eventuale compresa. Non trovo perciò inopportuno catalogare diversamente almeno i due estremi che mi è capitato di poter osservare e in uno dei due ho avuto la fortuna di veder guarire del tutto.
Dico aver la fortuna di veder guarire perché non sono così matto da pensare di guarire le persone. So di essere riuscito, in alcuni casi, a rendermi degno del lavoro mentale che ad una persona occorre per correggere l’errore. Spero e lavoro perché mi succeda ancora con altre persone.

Un bambino

I genitori mi consultarono, ormai tanti anni fa, chiedendomi di occuparmi del loro figliolo di sei anni. Era stato visto ripetutamente negli anni presso vari centri e tutti avevano diagnosticato un autismo infantile precoce. Già questo fatto avrebbe dovuto mettermi sull’avviso circa le loro reali intenzioni.
Non mi chiesi come mai tante consultazioni e nessuna terapia, a mia scusante aggiungo che spesso capitava e capita di portare un bambino presso un centro dove si fa la diagnosi, ma poi la terapia ha tempi lunghissimi di attesa. Ad ogni modo decisi di cominciare a vedere il bambino. Atteggiava la bocca a suzione, non parlava, non mi guardava, rimanendo col viso girato in una direzione che non era la mia, ma non era neanche opposta a me. Decisi di spostarmi e di mettermi nella traiettoria del suo sguardo. Si girò immediatamente di 45°, allora mi spostai di nuovo e andò a rincantucciarsi in uno degli angoli dello studio. Decisi di rimanere ad aspettare.
Quasi tutto il primo incontro si esaurì in questa dinamica. Nella seconda seduta rimase a lungo nell’angolo, poi cominciò ad interessarsi ad una cesta di giocattoli senza volgere lo sguardo verso di me neanche un momento. Tra i giocattoli che vi erano, ne prese uno ripetutamente: un biberon finto.
La volta successiva gliene feci trovare uno vero con dentro un succo di frutta. Lo bevve tutto e mi guardò una volta. Poi riprese a giocare, quasi rivolto verso l’angolo della stanza, accennando ogni tanto a girarsi verso di me, senza mai farlo completamente: come se fosse in dubbio. La volta successiva andò direttamente alla cesta, prese il biberon, assaggiò un sorso del succo di frutta, poi si volse verso di me e continuò a bere.
Decisi che lo avrei fatto lavorare con me (ormai preferisco questa dizione; con me equivale ad un complemento di compagnia) e lo comunicai ai genitori, dicendo che lo avrei preso e che tanto camminava il bambino, tanto avrei camminato io. Passò qualche mese durante il quale il bambino cominciava ad aprirsi al mondo attraverso di me. In alcuni giochi mi usava appoggiando certi giocattoli sulle mie gambe; entrati in studio mi prendeva la mano. Non mi prendeva mai la mano quando era in vista della madre. A volte ripeteva qualche suono che facevo, mi guardava spesso; una volta mi venne in braccio e si ritrasse immediatamente, ma rimase a guardarmi.
Alla fine di questo periodo, e fu proprio una fine, i genitori mi comunicarono che andavano in pellegrinaggio. Se non avevo nulla in contrario, avrebbero sospeso per un mese, ma avevano già prenotato tutto perciò se avevo qualcosa in contrario potevo tenermi il contrario per me.
Loro volevano la guarigione totale e immediata del bambino e non potevano stare ad aspettare i nostri lenti progressi che pur vedevano bene perché il bambino anche a casa aveva dato segni di apertura. E lo dissero così come ho scritto, avrei potuto usare le virgolette.
Osservai che, siccome partivano due settimane dopo, c’era tempo per continuare a lavorare, avremmo sospeso il tempo del pellegrinaggio e ripreso subito dopo. Mi dissero che proprio non potevano: il tempo, i preparativi, le cose da acquistare, le nespole che non maturavano e le patate che marcivano. Rimanemmo d’accordo che mi avrebbero telefonato al rientro per riprendere il lavoro nel caso in cui il miracolo non si fosse verificato. Il caso del miracolo non venne detto, lo aggiungo io.
Mi telefonò il padre in effetti, ma per dirmi che durante il tragitto il bambino aveva avuto delle violentissime crisi, prima di violenza, poi sembravano simili agli attacchi di epilessia. Erano dovuti scendere dal treno, chiamare un’ambulanza, fare ricoverare il bambino nel più vicino ospedale per fortuna ancora in Italia. Era stata diagnosticata un grave forme di epilessia e intrapreso un trattamento farmacologico. Mi dissero che il bambino stava giorno e notte nel suo lettino col pollice in bocca. Chiesi di farmi vedere le carte del ricovero, mi rispose che proprio non poteva perché lui aveva il lavoro che lo impegnava e la moglie stava col bambino e non poteva lasciarlo un momento.
Non ne seppi più nulla finché una volta lo incontrai. Teneva uno dei pollici in bocca, dava l’altra mano alla madre, ma girandole le spalle. Camminava alternando e accavallando i piedi, girato com’era verso il lato opposto rispetto a quello in cui era la madre. Mi vide, mi corse in braccio (alla lettera!), lo tenni finché volle stare, poi scese, tornò a dare la mano alla madre e a girare le spalle a entrambi.
Lascio ogni commento da svolgere a ciascuno di voi che legge. Per parte mia esprimo solo le conclusioni che mi servono per la serata di mercoledì 29 maggio: la diagnosi di un particolare quadro patologico dipende anche dall’idea che ne hanno i referenti ed il soggetto stesso quando ha possibilità di esprimersi.
In questo caso, il bambino non poteva esprimersi se non come ha fatto, i genitori avevano idea di qualcosa che doveva risolversi con un miracolo.

Una bambina

I genitori in questo caso avevano qualche obiezione a portare la bambina da uno psicoterapista, ma visto che dovevano … Li invitai a ripensarci, ma dissero che ormai si erano decisi. Mi dissero che la bambina, di allora cinque anni, si era inspiegabilmente chiusa in se stessa tutto di un tratto. A pensarci bene, la madre ricordò di averla progressivamente vista spegnere in concomitanza con una loro freddezza coniugale e con una sua crisi.
Il padre di lei malato di cancro incurabile, la madre di lui con qualche altro accidente, correre di qua e di là. La bambina diminuiva il proprio interesse, anche a scuola materna avevano notato il fatto. Il padre di lei era era poi morto, mentre la bambina aveva preso a stare sotto il tavolo a rispondere pochissimo, solo monosillabi, adesso non parlava più da qualche mese.
Nel frattempo il marito era stata impegnato ad assistere la propria madre con la moglie avvolta in un lutto tormentoso che ormai si stava sciogliendo, come si stava attenuando la patologia della suocera. Avevano ripreso i rapporti sessuali da qualche settimana (dopo secoli), ma erano affranti per la bambina: ricordavano la sua vivacità e la contrapponevano alla chiusura che adesso osservavano impotenti.
Parlava soprattutto la madre, mentre il marito annuiva e raramente aggiungeva qualche particolare che non era in contrasto con quello che aveva detto la donna, ma lo chiariva. Ad esempio notava che non aveva potuto fare diversamente, era figlio unico, il padre incapace di fare mestieri in casa. Aveva dovuto anche assentarsi dal lavoro.
Forse si erano anche disamorati, lo dissero entrambi, disamorati l’uno dell’altra e tutti e due della vita e della bambina.
Dalla pediatra erano stati mandati in consultazione da un neuropsichiatra che aveva diagnosticato un autismo e aveva fatto il mio nome. Lui non se ne occupava.
Nella prima seduta di osservazione, la bambina andò a cacciarsi immediatamente sotto la scrivania e vi rimase con le spalle rivolte verso di me per un tempo lunghissimo.
Stavo per riaccompagnarla dalla madre quando vidi che si era spostata e per un attimo volse il suo sguardo verso di me. Allora aspettai, seduto com’ero lontano dalla scrivania, rivolto in una direzione che non incrociava quella del suo viso.
Con la coda dell’occhio vidi che ogni tanto guardava verso di me. La lasciai fare. Poi dissi che ero contento di averla incontrata, la avrei vista ancora e adesso la riaccompagnavo dalla madre. Rimase ferma ad ascoltare e, quando finii di parlare, si alzò e andò verso la porta.
Presi il suo atto come segno di disponibilità al rapporto con me: aveva inteso quello che avevo detto e docilmente lo aveva eseguito. La volta successiva rimase in giro per la stanza, si interessò ai giocattoli, mi ignorò ma non mi volse le spalle. La vidi per circa un anno, osservando le sue aperture verso di me e verso gli altri. Cominciò le scuole elementari con buoni apprendimenti, ormai veniva in studio parlando di me con la madre e con me mentre giocava vivacemente a volte da sola, altre volte con me.
So che sta bene.

Intorno all’autismo come questione

Autismo - Ho trovato nel web quest'immagine che ben rappresenta il concetto di autismo. Purtroppo non conosco l'autore per poterlo citare

Trovo che oggi sia necessario difendere il concetto stesso di psiche, il che equivale a dire che è il pensiero stesso ad aver bisogno di essere difeso. Sto continuando la sua difesa ad esempio dalla pretesa di una falsa scientificità che non si accolla neanche l’onere di definire ciò di cui si occupa.
Ho l’impressione nettissima che non si tratti solo di una cattiva pratica operativa, ma di una precisa intenzione di nascondere persino le tracce del pensiero.
Ciò mi risulta con particolare evidenza intorno alla diagnosi di autismo.
Il DSM (per i pochi che non sanno, il Manuale Statistico Diagnostico) fissa i criteri di definizione intorno alla mancanza di atti comunicativi. Ma la parola “autismo” era già occupata e designava una particolare affezione psichica nella quale erano evidenti i segni del non-volere-comunicare. Ad esempio: l’atto di evitare lo sguardo altrui, fino a farsi scoprire a non volere guardare; non la mancanza del contatto oculare (cosa che può derivare da una patologia neurologica gravissima) ma la prova del fatto che il soggetto in questione (adulto o bambino) non vuole guardare l’altro negli occhi.
Questa particolarità e le altre connesse (l’atteggiamento della bocca come se stesse a succhiare; il dondolare del capo; lo sputo nel vuoto; il rifugiarsi in un angolo della stanza con la faccia rivolta all’angolo) stanno ad indicare quella serie particolare di atti nei quali il soggetto dimostra che si chiude, come risultato di un’azione decisa e pensata volta appunto alla chiusura di se stesso.
Il tratto per cui si decide di prendere in terapia è dato dal fatto che il soggetto dimostra una minima apertura nei confronti di una persona qualsiasi che per ciò, e solo per ciò, può mettersi nella posizione di terapista.
Balza agli occhi il fatto che il tizio che si mette nella suddetta posizione non deve fare altro che lasciare al soggetto l’iniziativa. Al soggetto che prima si chiudeva in se stesso viene offerta la possibilità di aprirsi da una persona degna. A rendere degna la persona è l’iniziativa del soggetto nei suoi confronti.
In conclusione di questa breve notazione: atto psichico quello che inaugura la patologia, atto psichico quello che ne intraprende la via di uscita.
E gli altri? Quelli che non danno le due serie di prove? Coloro per i quali non si può ragionevolmente affermare che si chiudano in se stessi e che inizino il processo di apertura? Ce ne possiamo dolere, giustamente, ce ne possiamo occupare a qualsiasi titolo e ragione, ma non fanno parte di coloro per i quali una terapia psicologica è possibile.
Ma perché, in conclusione, è importante questa notazione? Primo, perché così impostate le cose non c’è chi non veda immediatamente la domanda: come mai il tal soggetto si è chiuso in se stesso? Secondo, perché si vede immediatamente che finora non ho messo in campo nessun criterio scientifico, ma solo una serie di dati osservativi, analoghi, se non simili, all’osservazione per la quale so di avere cinque dita per mano e due occhi.
Se tali osservazioni hanno il carattere della sicurezza, oppure quello dell’incertezza conoscitiva è questione che non riguarda la scienza, ma una serie malnata di elucubrazioni filosofiche. Ed anche qui, non è contro la filosofia, ma contro gli errori della filosofia; non contro la scienza, ma contro gli errori della scienza.
Ricordo infine che ho già voluto occuparmi della cosa nel “Cocomeri e guerre, ovvero la remota origine dei fichidindia” a cui rimando per una divertente discussione intorno alla questione.
www.cocomerieguerre.it