Conversazioni

Riporto la sintesi di alcune conversazioni. In corsivo le frasi non mie.

L’intervento su Dante ha l’aria della semplificazione eccessiva perché lei ha costruito un modello che sembra funzionare con le persone che stanno bene. Queste persone possono regolare la loro vita sentimentale. Ma quelle che stanno male? Come fanno ad accorgersi di stare male. Se sono prigioniere, come fanno ad accorgersi di essere prigioniere e come possono fare per uscire dalla loro prigione?

Noi incontriamo le persone nella crisi della loro vita. Di questa crisi, al momento in cui inizia il nostro rapporto, non sanno dire molto, ma sanno molto di piĂą di quello che dicono. Noi le mettiamo in condizione di dire liberamente e nel dire, a volte tramite il nostro aiuto, rompono la catena delle associazioni che lega il loro pensiero. Ritrovano il punto di inizio della crisi e hanno la possibilitĂ  di orientare il loro pensiero diversamente. Non importa che poi davvero si orientino diversamente, il fatto di averne considerato la possibilitĂ , rende il primo orientamento meno costrittivo.

Della crisi le persone sono avvertite da quelli che la psichiatria chiama sintomi, angoscia e inibizioni. Non si dà il caso di non avvertimento, si dà frequentemente il caso di menzogna sull’avvertimento.

Ma non bisogna dimenticare che il funzionario responsabile è il soggetto stesso, mai e poi mai noi professionisti.

A noi rimane la possibilitĂ  di un giudizio cautelativo per noi stessi: che operazione sta facendo il funzionario sui suoi affari? Sta negando, rinnegando, mistificando? Questo ci riguarda solo in quanto osservatori ed eventualmente per i nostri rapporti con lui. Non siamo i missionari di un falso vangelo.

Perciò l’eventuale decisione: “soffro di angoscia e me la tengo” è di stretta pertinenza del soggetto e nessuno ha competenza contro di lui.

Invece la decisione: “Soffro di angoscia e te la faccio pagare” ha un altro rilievo. Oppure: “Soffro di angoscia e perciò comando io, o meglio, quella che io chiamo la mia angoscia.”

Ma allora non è la pace l’obiettivo di una psicoanalisi?

No! Di certo. Una psicoanalisi ha per obiettivo che la persona risolva ciò per cui la intraprende (sintomi) e l’analista dice di sì perché individua la presenza di pensieri tenuti nascosti dal richiedente. Ed individua, almeno per cenni (ma sicuri), che il portare alla luce questi pensieri nascosti può comportare la caduta dei sintomi.

Semmai questo può comportare non la pace, ma la guerra. Ed alla guerra si va armati.

Armati di che?

Di quello che occorre per la guerra. Si vis pacem, para bellum. Volendo fare una metafora, direi che occorre essere armati di spada, lancia e soprattutto scudo.

Quale scudo?

Innanzi tutto il pensiero. Si dice a volte che l’atto di difesa sia un male, soprattutto se è un atto meccanico. Affermo invece che difendersi è una cosa buona; se si fa automaticamente, meglio ancora. Il vero problema di quelli che si rivolgono a noi chiedendoci una analisi è semmai (da vedere singolarmente per ogni persona) che non si difendono bene, come Amleto. Non un meccanismo di difesa, ma una difesa in un meccanismo che non funziona.

Ad esempio, accorgersi che mi fa la guerra uno che abbia per motto: “Soffro di angoscia e sarà questa che comanderà i nostri rapporti.”

In guerra e in pace, domande all’autrice

Angela Cavelli - In guerra e in pace

Per chi non è potuto venire alla presentazione, riportiamo, una per volta, alcune delle domande che sono state fatte ieri all’autrice Angela Cavelli.

Perché hai scelto come titolo del tuo libro “In guerra e in pace?”

In verità dapprima ho pensato di intitolarlo “Le confessioni di Vaga” perché Vaga, la protagonista del romanzo, a suo tempo ha fatto l’analisi  e anche in questo romanzo le capita  a volte di sdraiasi sul divano per confessare laicamente. Ha anche esperienza del confessare a un sacerdote, le manca fortunatamente il terzo tipo di confessione: quella giudiziaria. Ecco perché volevo intitolarlo così.

Poi ho deciso di cambiare titolo perché il paragone con “Le confessioni di Sant’Agostino”  mi faceva tremare le gambe.

E allora ho pensato a: “In guerra e in pace”, prendendo questa volta da Tolstoi, perché nel mio libro si parla di incontri, ma anche di scontri, di guerre guerreggiate. Certo, c’è una differenza: in Tolstoi  il conflitto è tra nazioni: Russia, Francia, Austria e i luoghi del conflitto sono Austerliz, Mosca, le immense pianure russe; Vaga invece si scontra  con i suoi prossimi e i luoghi delle sue guerre  sono il salotto, il tinello, la cucina, ma sempre di conflitti si tratta.

Dunque la sua guerra comincia in casa.

Perché fa la guerra Vaga e a chi?

Ad esempio fa la guerra all’uomo che si è scelta perché tra loro c’è una differenza di mete: il marito di Vaga vorrebbe una vita frugale, magari  campestre, tranquilla, tra viti e ulivi. Vaga invece vuole vivere nella ricchezza con tanti amici e, perché no, con qualche filippino in livrea.

E’ pur vero che Vaga da giovane aveva il braccino corto, per cui è  anche tentata di vivere in modo frugale. Naturalmente ad alimentare la guerra  c’è anche altro, ma poi lo scoprirete da voi.

Allora per un po’ Vaga cerca di farsi andare bene le idee del suo uomo per cercare di andare d’accordo, vuole inculcarsele, ma poi non ce la fa. E’ come se si dicesse: i fiori sbocciano, gli uccellini cantano, il sole sorge, ma io non sto bene.

E allora inizia a fare la guerra: sbraita, urla, per calmarsi  mette in bocca cinque sigarette per volta, corre per i viali alle cinque di mattina. Poi succede che sogna di dare un matterello in testa al marito. Per fortuna solo in sogno, ma questo la fa accorgere che la sua posizione, l’essere in guerra, non la fa stare bene.

E allora ricorre all’amico psicoanalista  che l’aveva avuta in analisi. Perché Vaga ha la competenza di capire che da sola non ce la fa e cerca, per confidarsi,  una persona che lei ritiene affidabile.

E le parole che questo signore pronuncia le portano una pace  non  illusoria, perché quest’uomo le dà le ragioni per non fare la guerra, aiutandola così a vivere un rapporto pacifico.

La conseguenza di ciò è che lascia che il marito faccia  ciò che ha sempre fatto e lei  cerca di non intervenire più di tanto. Ma siccome non è una fatina delle Winx,  che svolazza sul mondo,

ogni tanto muove le acque, dice la sua in modo non molto garbato (perchè Vaga non è una brava persona), poi riprende il rapporto con il suo uomo, ma almeno senza complessi di colpa.  Diciamo poi  che da questa situazione ha ricavato qualcosa: sa che spetta a lei andare dietro a ciò che le va di fare , senza attendere il successo dell’altro per muoversi.

Ecco questo è un esempio di conflitto risolto e senza aver sporcato il tappeto di sangue. Non è neanche la pace del cimitero dove i corpi non si muovono più, anzi.