La banalità del male

Il pensiero nascosto

Un contenuto di pensiero, fin dalla nostra più tenera età, si affaccia alla mente e ne viene escluso: lo escludiamo attivamente. In seguito torniamo ad alimentarlo, con due effetti che sembrano indipendenti da noi: per un verso limitiamo le nostre possibilità di azione (Freud ha chiamato questo inibizione), per un altro verso generiamo fenomeni che ci fanno stare male, ad esempio proviamo angoscia, abbiamo qualche disturbo, più o meno grave.

Oppure.

C’è un oppure, in effetti è una catena di oppure, catena sia nel senso di successione, che di incatenamento. Luigi Campagner ha trovato una parte della catena di oppure nella storia di Adolf Eichmann, come risulta dall’opera “La banalità del male” di Hannah Arendt. Trovo che sia interessante discuterne assieme, è per questa ragione che vi invito il 31 gennaio presso la Galleria Boragno alle ore 16.

 

31 Ottobre… L’inconscio, una buona idea

L'inconscio, una buona idea

Psicopatologia della vita quotidiana

- Sigmund Freud -

Teniamo riposte e represse nel nostro pensiero le migliori idee, ce le sogniamo di notte, ce le facciamo scappare nei lapsus.
Discorreremo su questo la sera di mercoledì 31.

Mercoledì 31 Ottobre 2012 alle ore 21.00 presso la Galleria Boragno.

26 Settembre… Nevrotici Praticanti

Nevrotici praticanti - Carmelo Occhipinti - Sigmund Freud

Inibizione, sintomo, angoscia

- Sigmund Freud -

Mercoledì 26 Settembre 2012 alle ore 21.00 presso la Galleria Boragno.

Pratichiamo tutti, più o meno, la limitazione del nostro pensiero. Ne conseguono pensieri mancati e soluzioni omesse, come se ci astenessimo dalla carne il venerdì e gli altri giorni della settimana. Ma gli affetti rimangono legati a ciò da cui ci asteniamo e noi li sleghiamo, li capovolgiamo e li fissiamo dove vogliamo. E qualche volta ci concediamo la costosa limitazione che un sintomo comporta …
… il seguito mercoledì sera, per quelli che passeggiano in Italia. Indossate scarpe comode e leggere!

Seconda pagina da “Cocomeri e guerre”


Gli psicoanalisti che li avevano in cura a partire dagli anni venti, quelli del cactus in sala d’attesa, non è che tenessero la barra del timone sempre ferma. E anche adesso che ci avviciniamo ai nuovi anni venti, quelli del 2000, non è che le barre si tengano ferme: tutti autistici, tutti organici, tutti psichici e non si capisce niente e le scarpe diventano strette. E con l’idea di farle diventare più comode ci si mette qualche interpretazione fasulla. Ma una scarpa stretta col cotone morbido diventa ancora più stretta!
Non ci sto: dobbiamo avere uno straccio di prova che sia psichico. Vale per tutti, nevrotici compresi, che anche loro ci sono perché ci fanno. Se non ci fanno, non sono affar mio, non sono i nevrotici che potrebbero andare da uno psicoanalista. Vadano da uno psichiatra, da un prete, da un esorcista; si facciano ricoverare in una clinica statica, dinamica e metallurgica, ma non intraprendano una psicoanalisi.
Ovvero stiamo usando le stesse parole per indicare fatti diversi: quelli che ci sono perché ci fanno e quelli che ci sono perché ci sono nati o diventati per disgrazia fisica.
Un altro straccio di prova ci serve per attestare come e qualmente che la persona ci mette prima qualcosa e poi tutto per fare funzionare l’eventuale psicoterapia o psicoanalisi. Visto che c’è perché ci fa, ha da fornirci qualche indizio sul fatto che sta cercando di smettere di farci.
Ed infine serve un altro straccio di prova che il lavoro stia procedendo, se no facciamo bene a lasciare perdere. Precisamente allo stesso modo dello stato di putrefazione dell’universo e dell’eventuale cadavere del dio minore che hanno bisogno di stracci di prova, come ho dimostrato all’inizio. Cioè a dire: sta venendo da noi un dio che ha perso in parte o del tutto la sua divinità e la vuole ritrovare, o è uno che aspetta il miracolo da noi?
E non dobbiamo dimenticare che non si tratta di prove, ma di stracci che possono volare al vento. Il pensiero invece, se è comodo, rimane. Non si vedono scarpe comode volare al vento. Il cotone vola, e come se vola!
Quelli di adesso, autistici voglio dire, se non parlano, non giocano, non imitano gli altri, hanno subito la dichiarazione. Ed è vero che magari non si pensano nemmeno (stavolta lasciatemelo dire: poverini!). Avendo davvero il cervello lesionato, si penseranno poco o niente.
Nel bel mezzo di uno scherzo, mi sono trovato a parlare di una serie di disgrazie. Però se io ne ho parlato scherzando e tenendo i piedi nelle scarpe comode, altri ne parlano con compassione e con i piedi in faccia alle persone.
Ogni tanto questo bambino, figlio di dio, disegnava. Mangiava poco e cresceva male, chiuso in se stesso. Così tutti erano preoccupati per lui. E per sua fortuna non c’erano medici per dire che aveva un difetto genetico, né psicoanalisti per fargli una terapia di quelle che durano trent’anni senza mai guardare in faccia il bambino, che nel frattempo smette solo di essere bambino.
Insomma fu abbandonato a se stesso e guarì. Ma non illudiamoci, non succede né a tutti, né spesso.

Intorno all’autismo come questione

Autismo - Ho trovato nel web quest'immagine che ben rappresenta il concetto di autismo. Purtroppo non conosco l'autore per poterlo citare

Trovo che oggi sia necessario difendere il concetto stesso di psiche, il che equivale a dire che è il pensiero stesso ad aver bisogno di essere difeso. Sto continuando la sua difesa ad esempio dalla pretesa di una falsa scientificità che non si accolla neanche l’onere di definire ciò di cui si occupa.
Ho l’impressione nettissima che non si tratti solo di una cattiva pratica operativa, ma di una precisa intenzione di nascondere persino le tracce del pensiero.
Ciò mi risulta con particolare evidenza intorno alla diagnosi di autismo.
Il DSM (per i pochi che non sanno, il Manuale Statistico Diagnostico) fissa i criteri di definizione intorno alla mancanza di atti comunicativi. Ma la parola “autismo” era già occupata e designava una particolare affezione psichica nella quale erano evidenti i segni del non-volere-comunicare. Ad esempio: l’atto di evitare lo sguardo altrui, fino a farsi scoprire a non volere guardare; non la mancanza del contatto oculare (cosa che può derivare da una patologia neurologica gravissima) ma la prova del fatto che il soggetto in questione (adulto o bambino) non vuole guardare l’altro negli occhi.
Questa particolarità e le altre connesse (l’atteggiamento della bocca come se stesse a succhiare; il dondolare del capo; lo sputo nel vuoto; il rifugiarsi in un angolo della stanza con la faccia rivolta all’angolo) stanno ad indicare quella serie particolare di atti nei quali il soggetto dimostra che si chiude, come risultato di un’azione decisa e pensata volta appunto alla chiusura di se stesso.
Il tratto per cui si decide di prendere in terapia è dato dal fatto che il soggetto dimostra una minima apertura nei confronti di una persona qualsiasi che per ciò, e solo per ciò, può mettersi nella posizione di terapista.
Balza agli occhi il fatto che il tizio che si mette nella suddetta posizione non deve fare altro che lasciare al soggetto l’iniziativa. Al soggetto che prima si chiudeva in se stesso viene offerta la possibilità di aprirsi da una persona degna. A rendere degna la persona è l’iniziativa del soggetto nei suoi confronti.
In conclusione di questa breve notazione: atto psichico quello che inaugura la patologia, atto psichico quello che ne intraprende la via di uscita.
E gli altri? Quelli che non danno le due serie di prove? Coloro per i quali non si può ragionevolmente affermare che si chiudano in se stessi e che inizino il processo di apertura? Ce ne possiamo dolere, giustamente, ce ne possiamo occupare a qualsiasi titolo e ragione, ma non fanno parte di coloro per i quali una terapia psicologica è possibile.
Ma perché, in conclusione, è importante questa notazione? Primo, perché così impostate le cose non c’è chi non veda immediatamente la domanda: come mai il tal soggetto si è chiuso in se stesso? Secondo, perché si vede immediatamente che finora non ho messo in campo nessun criterio scientifico, ma solo una serie di dati osservativi, analoghi, se non simili, all’osservazione per la quale so di avere cinque dita per mano e due occhi.
Se tali osservazioni hanno il carattere della sicurezza, oppure quello dell’incertezza conoscitiva è questione che non riguarda la scienza, ma una serie malnata di elucubrazioni filosofiche. Ed anche qui, non è contro la filosofia, ma contro gli errori della filosofia; non contro la scienza, ma contro gli errori della scienza.
Ricordo infine che ho già voluto occuparmi della cosa nel “Cocomeri e guerre, ovvero la remota origine dei fichidindia” a cui rimando per una divertente discussione intorno alla questione.
www.cocomerieguerre.it

Senza parole, tranne grazie!

Ho motivo di essere soddisfatto per ieri sera, per quanti hanno partecipato in Galleria Boragno ed in streaming, intervenendo con domande e osservazioni.

Il motivo della soddisfazione è che assieme stiamo creando una comunione di idee e di pensiero che va da San Diego,in California, a Sidney, in Australia, dove si sono svegliati alle 6 del mattino, passando per New York, Barcellona (quella spagnola, non quella siciliana), la Svizzera, Milano, Pisa e Pistoia, Ragusa e ovviamente Busto Arsizio e altri di cui abbiamo sicurezza, ma non sappiamo il posto.

Sono poche persone per ogni luogo, poche ma buone, che condividono con me il principio di dare valore alle idee ed ai fatti che abitualmente vengono messi nel nostro stesso dimenticatoio e in quello più grande della cultura. Come ad esempio l’omosessualità di Laio.

È questa anche la ragione per la quale accomuno tutti nel ringraziamento a mia figlia Chiara, che  organizza tutto, a Francesca Boragno che mi supporta culturalmente e logisticamente, a Mauro di Family Studio e Giuseppe (GB) per il sostegno e l’attrezzatura tecnica ed infine ad Altiplena che ha offerto il caffè.

29 Maggio… Il “Bureau d’echange de maux”

Il ricordo, una benedizione!

- Lord Dunsany -

Martedí 29 Maggio 2012 alle ore 21.00 presso la Galleria Boragno.

Un soggetto qualsiasi racconta in prima persona di aver scambiato un modesto disturbo con uno più grave. Ricorda come ha fatto, dove e con chi. Ma non riesce a ritrovare il posto in cui lo scambio può avvenire.

Che cosa ha a che vedere con la nostra vita psichica? Ovvero: è possibile una scelta di cui si ricordino i dettagli, senza riuscire a reperire la possibilità di modificare la scelta? Ed ancora: è possibile un lavoro per ritrovare il perduto posto delle scelte? Sarà il tema della serata del 29 maggio.

24 Aprile… Il piccolo assassino

La maledizione allucinante

- Ray Douglas Bradbury -

Martedí 24 Aprile 2012 alle ore 21.00 presso la Galleria Boragno.

Nel proprio figlioletto appena nato, una madre vede uno sguardo maligno. Si rivolge ad un medico che tiene sotto controllo la situazione. In una successione allucinante muoiono il padre e la madre, allora il medico si incarica di sopprimere il bambino.

Che cosa ha a che vedere con la nostra vita psichica? Sarà il tema della serata del 24 aprile, non senza una piccola anticipazione: in che modo la psicologia e la medicina potrebbero incaricarsi impropriamente di sopprimere la nostra vita psichica?

28 Marzo… Edipo, lo zoppo!

Il Potere della maledizione
- Sofocle -

Mercoledí 28 Marzo 2012 alle ore 21.00 presso la Galleria Boragno.

Edipo è il soggetto di una storia di maledizioni. Appena nato, l’oracolo prevede che ucciderà il padre e sposerà la madre. Finito fortunosamente a Corinto, lontano dai genitori, l’oracolo prevede ancora lo stesso futuro. Fuggito da Corinto per evitare l’infame destino, finisce per uccidere un uomo del quale non sa che è suo padre e per sposare una regina non sapendo che si tratta di sua madre.

Che cosa ha a che vedere con la nostra vita psichica? Sarà il tema della serata del 28 marzo.

La storia di Edipo si ripete

È una suggestione letteraria, come sempre negli incontri di A ruota libera, ma è una buona suggestione, per questo motivo la ripropongo nel sito.

La vicenda di Edipo comincia alla sua nascita, quando l’oracolo prevede che il bambino ucciderà il padre e sposerà la madre. Questo tipo di previsione tende ad avverarsi da sé, in mancanza di un giudizio che la neghi. Il padre di Edipo, Laio, non solo manca di dare questo giudizio, ma anche cerca di fare morire il figlio, senza riuscirci. Anche Edipo mancherà questo giudizio.

Nel romanzo La zia marchesa di Simonetta Agnello Hornby, un barone si dimostra geloso del rapporto tra il proprio figlio e sua madre. Cito:

“Ma al baronello questa cuntintizza non piaceva. Tutta per lui la voleva, la sua baronessa, era geloso. Persino di suo figlio innocente era geloso, del sangue suo, e glielo allontanava, ora con una scusa ora con un’altra.”

Non proseguo con nessuna delle due storie, noto solo che l’autrice ha saputo ripresentare il travaglio del bambino quando il suo pensiero ha trovato un inciampo. Con una piccola aggiunta: a raccontare il fatto pone una stiratrice pressoché ignorante. Prendo questo come significativo del fatto che per descrivere come la matassa si imbrogli non occorra una grande mente, basta una persona che abbia gli occhi per guardare e le orecchie per sentire.

Nella psicologia contemporanea c’è un riduzionismo della persona alla sua descrizione: esistono categorie scientifiche che descrivono una persona al di là delle sue intenzioni.

Asserisco invece che esistono le intenzioni della persona il cui pensiero può essere talmente offeso da far risultare difficile allo stesso padrone riconoscere le proprie intenzioni.