29 Settembre: “La bocca mi baciò tutto tremante”

La bocca mi bacio tutto tremante - Dante Alighieri

29 Settebre 2010 ore 20:30

Galleria Boragno

via Milano, 4 – Busto Arsizio – 0331.635753

“La bocca mi baciò tutto tremante”


Nei due

più noti

amanti,

un tratto delle

nostre

piccole

importanti

vitali

amorose

storie.


Della vita sessuale omettiamo prima il pensiero, poi lo riproponiamo omettendo noi stessi in quanto soggetti.

Con tremore.


La serata, a ruota libera, sarà articolata intorno alla lettura e commento di alcuni versi.

Gli interventi sono richiesti, ma non obbligati. Per durate previste superiori ai due minuti preghiamo di comunicarlo anticipatamente.

guarda la mappa per scoprire dove si terrà l’evento

Provocazione in tre tempi

Primo tempo

Stamane

sul mio

davanzale

ho immaginato

due colombe

posate

un istante.

Me ne rammento

ora

che imbrunisce,

ma è ancora

più forte

in me

l’amore,

affetto

del mio pensiero.

 

Secondo tempo

Stanno su

un lontano

verde prato

due dolci

tartarughini

amoreggiando

e tra le acque

del ruscello

scorrono

lentamente

i nostri

dolci

pensieri

amorosi.

 

Terzo tempo, ovvero il senso capovolto

L’odio ch’al cuor mal fatto ratto s’apprende

Prese costei della brutta persona che mi fu tolta

E il modo ancor m’offende.

L’odio, ch’a nullo odiato odiar consente

Mi prese del costei spiacer che come vedi

Ancor non m’abbandona.

Cocomeri e Guerre

Cocomeri e Guerre – Ovvero la remota origine dei fichidindia

Psicoanalisi

Una osservazione edificante durante la pausa estiva.
Edificante, nel senso che permette una ulteriore costruzione.
Tra il dire e il fare c’è di mezzo il male.
Una persona mette in mezzo il male al posto del mare in un suo fare particolare che riesce a dire ma che non si risolve a fare. Di questo male, dopo averlo detto, non ne vuole sapere per lungo tempo.
Ovvero teniamo e manteniamo, all’interno del nostro unico pensiero, frammenti di pensieri che a volte si comportano come corpi estranei rispetto a noi.
Nel loro comportarsi come corpi estranei possono determinare il nostro comportamento. La persona che mette in mezzo il male non accederà alla padronanza del fare (o del non fare, che rispetto alla padronanza è la stessa cosa) finché non risolve, in un senso o nell’altro, l’idea del male.
Francesca da Rimini non ha risolto un pensiero analogo, di cui non ci è dato sapere molto, ed è passata ad un fare di cui si asserisce non-padrona.
Intorno a questi frammenti di pensiero che si comportano come corpi estranei affermo che è utile e possibile spendere la parola psicoanalisi e la sua pratica.
La dimostrazione di questa ultima frase sarà nel seguito del lavoro di Riflessioni a ruota libera. Una utile premessa si trova in Cocomeri e guerre, dove in forma scherzosa ho voluto evidenziare le stesse osservazioni. Ne cito un brano indicativo.

Pirandello al confronto era un chierichetto, bravo perché non andava a messa, ma immaginava persone col pensiero pieno di dubbi. Vediamo come. E non so chi sono, e nemmeno cosa faccio; forse il naso mi pende di qua, ma no ti pende di là; ma mi ha detto di qua o di là?

E sono la figlia di quella signora e la seconda moglie di quello lì, che per prima moglie aveva avuta la figlia di quella signora, che sarebbe mia madre. E perciò dovrei essere morta, ma tutti e due hanno avuto un esaurimento nervoso e io per me non so chi sono e neanche se in clinica sono andata io oppure mia madre, allora faccio la seconda moglie e la figlia morta, che però è viva e voi fatevi gli affari vostri.

Ed ero Mattia Pascal, ho finto di essere morto, sono diventato Adriano Meis, ma non mi stava bene neanche così e sono tornato, ma ormai ero morto e perciò sono quello che una volta fu Mattia Pascal.

Per il buon Pirandello rimaneva sempre il pensiero di una persona piena di dubbi, ma alle prese col proprio esclusivo pensiero. E quindi poteva correggere i dubbi, aggiungo io. Perché il dubbio è come la perplessa catena di prima: una volta preso sul serio il proprio dubbio, si diventa più sicuri. (pp. 31 e 32).

…domande all’autrice, parte seconda

Il sottotitolo è: “Il giardino di Vaga- Candide.” Perché?

Ho preso il sottotitolo da un romanzo breve di  Voltaire: “Candide o l’ottimismo” e c’è una ragione: Candide, per la sua ingenua semplicità, accoglie come veritiere  le idee  balorde che il  suo precettore Pangloss   gli  mette in testa e cioè  che tutto è  già finalizzato al bene, senza che nessuno faccia niente, e che il mondo che c’è è il migliore dei mondi possibili. E così con queste idee quando incontra qualcuno non ragiona con la propria testa, non usa il suo pensiero per verificare se quella persona è davvero brava  oppure  gli sta rubando il portafogli,  ma parte dal presupposto che gli uomini sono già fatti  per soccorrersi a vicenda  e così finisce arruolato a forza nel reggimento del re dei bulgari,  viene fustigato, sculacciato, bastonato, rimettendoci quasi la pelle.

Ho raccontato questo  perché anche Vaga, come Candide, ha delle idee balorde in testa che non le portano benefico. Sono idee ereditate dall’educazione che ha avuto, dall’ambiente in cui ha vissuto.

Ad esempio ha in testa un detto: “Chi si loda si imbroda”. E’ un detto infame che non permette a nessuno di muoversi perché non dà la possibilità di essere soddisfatti  di quello che si fa perché  proibisce di dire a se stessi “Sono stato bravo”, così come lo  si dice a un altro perché si apprezza il suo lavoro.

L’amico psicoanalista la fa uscire da queste idee perché le dice che è immodesto solo chi pronuncia: “Sono stato bravo” senza aver fatto un lavoro, ma se uno fa un lavoro bene, è modesto, e ha ragione di congratularsi con se stesso. Questo è solo un esempio di idee balorde che Vaga ha in testa e che vengono corrette.

In guerra e in pace, domande all’autrice

Angela Cavelli - In guerra e in pace

Per chi non è potuto venire alla presentazione, riportiamo, una per volta, alcune delle domande che sono state fatte ieri all’autrice Angela Cavelli.

Perché hai scelto come titolo del tuo libro “In guerra e in pace?”

In verità dapprima ho pensato di intitolarlo “Le confessioni di Vaga” perché Vaga, la protagonista del romanzo, a suo tempo ha fatto l’analisi  e anche in questo romanzo le capita  a volte di sdraiasi sul divano per confessare laicamente. Ha anche esperienza del confessare a un sacerdote, le manca fortunatamente il terzo tipo di confessione: quella giudiziaria. Ecco perché volevo intitolarlo così.

Poi ho deciso di cambiare titolo perché il paragone con “Le confessioni di Sant’Agostino”  mi faceva tremare le gambe.

E allora ho pensato a: “In guerra e in pace”, prendendo questa volta da Tolstoi, perché nel mio libro si parla di incontri, ma anche di scontri, di guerre guerreggiate. Certo, c’è una differenza: in Tolstoi  il conflitto è tra nazioni: Russia, Francia, Austria e i luoghi del conflitto sono Austerliz, Mosca, le immense pianure russe; Vaga invece si scontra  con i suoi prossimi e i luoghi delle sue guerre  sono il salotto, il tinello, la cucina, ma sempre di conflitti si tratta.

Dunque la sua guerra comincia in casa.

Perché fa la guerra Vaga e a chi?

Ad esempio fa la guerra all’uomo che si è scelta perché tra loro c’è una differenza di mete: il marito di Vaga vorrebbe una vita frugale, magari  campestre, tranquilla, tra viti e ulivi. Vaga invece vuole vivere nella ricchezza con tanti amici e, perché no, con qualche filippino in livrea.

E’ pur vero che Vaga da giovane aveva il braccino corto, per cui è  anche tentata di vivere in modo frugale. Naturalmente ad alimentare la guerra  c’è anche altro, ma poi lo scoprirete da voi.

Allora per un po’ Vaga cerca di farsi andare bene le idee del suo uomo per cercare di andare d’accordo, vuole inculcarsele, ma poi non ce la fa. E’ come se si dicesse: i fiori sbocciano, gli uccellini cantano, il sole sorge, ma io non sto bene.

E allora inizia a fare la guerra: sbraita, urla, per calmarsi  mette in bocca cinque sigarette per volta, corre per i viali alle cinque di mattina. Poi succede che sogna di dare un matterello in testa al marito. Per fortuna solo in sogno, ma questo la fa accorgere che la sua posizione, l’essere in guerra, non la fa stare bene.

E allora ricorre all’amico psicoanalista  che l’aveva avuta in analisi. Perché Vaga ha la competenza di capire che da sola non ce la fa e cerca, per confidarsi,  una persona che lei ritiene affidabile.

E le parole che questo signore pronuncia le portano una pace  non  illusoria, perché quest’uomo le dà le ragioni per non fare la guerra, aiutandola così a vivere un rapporto pacifico.

La conseguenza di ciò è che lascia che il marito faccia  ciò che ha sempre fatto e lei  cerca di non intervenire più di tanto. Ma siccome non è una fatina delle Winx,  che svolazza sul mondo,

ogni tanto muove le acque, dice la sua in modo non molto garbato (perchè Vaga non è una brava persona), poi riprende il rapporto con il suo uomo, ma almeno senza complessi di colpa.  Diciamo poi  che da questa situazione ha ricavato qualcosa: sa che spetta a lei andare dietro a ciò che le va di fare , senza attendere il successo dell’altro per muoversi.

Ecco questo è un esempio di conflitto risolto e senza aver sporcato il tappeto di sangue. Non è neanche la pace del cimitero dove i corpi non si muovono più, anzi.

Il bello di un libro…

A proposito di

In guerra e in pace

Il giardino di Vaga – Candide

scritto da Angela Cavelli Colombo

Angela ci presenta il suo mondo attraverso gli occhi di Vaga.

È madre, nonna, psicoanalista, intellettuale. Alla ricerca di soluzioni che inizialmente sembrano non arrivare. Poi una intuizione e allora il romanzo acquista un ritmo travolgente, incalzante.

È il punto in cui Vaga corregge l’idea di non volerne sapere dell’ultimo ostacolo sulle proprie questioni.

Ed è a questo punto che si vede emergere anche il modo di scrivere di Angela Cavelli Colombo. È come se Vaga avesse tenuto un diario giornaliero, dove ha annotato il quotidiano infrangersi della propria vita nell’impatto con lo scoglio del pensiero degli altri. Si ferma a riflettere, valorizza il proprio pensiero e contemporaneamente il pensiero degli altri. Allora è un susseguirsi di soluzioni viste proprio laddove sembravano nascoste.

Illuminante. Con due lusinghiere citazioni per me.

Carmelo Occhipinti – psicoanalista

Carmelo Occhipinti, psicologo e psicoanalista, è nato a Ragusa nel 1950. Vive e lavora a Busto Arsizio dal 1974. Ha lavorato nella scuola, imparando il più possibile. Qualche volta ha anche insegnato, raramente in verità.

Ha cominciato a imparare da insegnante prima alle elementari, poi alle scuole superiori di Busto e Gallarate

Era e rimane convinto che imparare sia compito degli alunni e non bisogna disturbarli. Siccome per mantenere il diritto allo stipendio doveva costringerli, stabiliva chiaramente i limiti di questa odiosa costrizione. Della quale pensa ancora che sia un male necessario, ma una volta identificato come male, ci si può sbizzarrire a seguire le proprie inclinazioni, curiosità, interessi. Così leggere e studiare può diventare un piacere.

Da alunno ricorda di essere andato a scuola poche volte avendo svolto tutti i compiti, però leggeva molto e disordinatamente, solo che ad un certo punto si accorgeva, con un certo piacevole disappunto, di avere letto anche le parti obbligatorie.

Come psicoanalista e psicoterapista, le due cose sembrerebbero inconciliabili, pensa di non riuscire a guarire nessuno e lo dice chiaramente. Ma concede la possibilità che qualcuno possa guarire attraverso il lavoro con lui. Cocomeri e guerre è la rielaborazione della sua esperienza. Si ripromette di continuare con lo stesso stile.

“… vi invito a credere nel vostro pensiero. Se proprio volete essere precisi, potete distinguere tra ciò che pensate, ciò che fantasticate, ciò che desiderate o che desiderereste.”

(Cocomeri e guerre, pag. 12).

Per contattare personalmente Carmelo Occhipinti scrivete una e-mail a carmelocorradoocchipinti@yahoo.it oppure chiamate 348.5118087

As-saggi, Camilleri e Simenon a colazione

Cocomeri e Guerre