Paolo Giomi, La caduta del cuore.

Raccogliamo i nostri affetti in una parte nascosta del pensiero. Li nutriamo e coltiviamo nei sogni notturni e in quelli ad occhi aperti. Da questo nascondiglio Paolo Giomi li lascia fluire in un pulviscolo di schegge che affascinano il lettore e lo conducono verso una vertiginosa caduta del cuore. Ma gli affetti, come se avessero una vita propria, si rialzano ed l’Autore prende in mano il proprio cuore e lo rende disponibile ad una nuova vita, ad una nuova delusione della parola ammore. All’orizzonte si profila, mescolata alle nebbie della vita, la possibilità di una soddisfazione permanentemente cercata. È un lavoro l’amore e non potrebbe essere diversamente. Una fatica del pensiero, una prospettiva appagante verso cui tendere ed andare. La musa è un boia sopraffino … ma non senti dolore. Il tossico è nelle parole e nei loro giochi, come l’eternità d’istante, dove il tempo non è tiranno e i sogni non sono fragili come il cristallo.

Somiglia alla mia, a quella di ogni lettore, l’esperienza descritta da Paolo. Ne comprendo gli affanni, le angustie, i crucci perché me li sono trascinati per anni, ma anche per me giusto il tempo di un semplice batter d’occhio.

Grazie Paolo per aver messo in rete quella parte di te stesso che ci accomuna all’esperienza universale del pathos che non è patologico: Cedimi una festa durante il nostro di quiete pallido momento. Ad essere ermetica non è solo la tua poesia, è tutto il tuo essere che pure si dipana tra le figure retoriche dove la vita si scioglie dalle angustie del presente.

Carmelo Corrado Occhipinti

Per ottenere l’e-book: Paolo Giomi. La caduta del cuore (Un’immodesta proposta) Polimnia Digital Editions. Edizione del Kindle. È offerto in maniera gratuita dall’Autore.

Un esempio letterario di ciò di cui ci occuperemo.

A quasi quarant’anni ancora dentro di sé andava svolgendo vicende di desiderio e d’amore con alunne e colleghe che non se ne accorgevano o se ne accorgevano appena: e bastava che una ragazza o una collega mostrasse di rispondere al suo vagheggiamento perché subito si gelasse. Il pensiero della madre, di quel che avrebbe detto, del giudizio che avrebbe dato sulla donna da lui scelta, della eventuale convivenza delle due donne, della possibile decisione di una delle due di non fare vita in comune, sempre interveniva a spegnere le effimere passioni, ad allontanare le donne che ne erano state oggetto come dopo una triste esperienza consumata e quindi con un senso di sollievo, di liberazione. Forse ad occhi chiusi avrebbe sposato la donna che sua madre gli avesse portato, ma per sua madre lui, ancora così ingenuo, così sprovveduto, così scoperto alla malizia del mondo e dei tempi, non era in età di fare un passo tanto pericoloso.

(Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo).

E se invece di una zattera, la psicoanalisi fosse una carretta?

Quello che prima era il navigante, dovrebbe tirare la carretta ed io spingerei, ma non troppo, perché non vedo la strada. Proprio così: non vedo la strada che può vedere solo chi sta davanti a tirare. E non devo neanche vederla! La direzione della carretta spetta al proprietario, come quello che vuole fare nella vita spetta al soggetto.

Nessuno può sostituirsi ad un altro, meno che mai io.

“E non mi dà neanche qualche consiglio?” Potrebbe dire un eventuale navigante.

“Ma come vorrei che ci fosse a cui chiedere consiglio io stesso!” Risponderei, aggiungendo: “Guardi che, se invece di essere zattera, o carretta, la psicoanalisi fosse il divano su cui lei si sdraierà e la poltrona sulla quale rimango io, come di fatto è, i consigli ce li faremmo dare entrambi dalle idee improvvise che ci vengono in mente, dai nostri lapsus e dai nostri sogni. Perché ci porremo alla ricerca dei pensieri che abbiamo prima pensato e poi scartato.”

Se la psicoanalisi fosse una zattera

Per costruire la zattera della psicoanalisi bisogna essere in due. Non è necessario nessun preconcetto, anzi meglio se non ce ne sono, per evitare che il peso la faccia affondare.

Ogni zattera che viene costruita è come se prima non fossero state mai costruite zattere in quanto, malgrado la ruvidezza dei materiali, bisogna starci comodi proprio quei due, fino ad arrivare all’isola di Psiche, navigando in mezzo ai flutti delle cattive interpretazioni.

Chiamaremo i due che si apprestano a costruire la zattera navigante e navigatore.

Navigante, perché si presume che abbia voglia di navigare.

Navigatore perché si presume che conosca l’oceano.

A forza di presumere si pecca di presunzione.

Ai naviganti dico, prima di cominciare a costruire la zattera:

“Smettetela di presumere che faccia tutto io. Qualcosa farò, ma non sempre quello che vi aspettate.”

(Se qualcuno si sentisse scoraggiato da questa frase, farebbe bene ad occuparsi del proprio scoraggiamento).

E poi aggiungo: “Tu, carissimo navigante, siediti a prua e guarda la rotta, io mi siedo a poppa e guarderò tutto quello che affiora da sotto la zattera, perché sarà da lì che affioreranno le onde che ti sarà utile prendere in considerazione.”

Se prima d’ora non siete mai andati verso Psiche è stato perché, tutte le volte che cominciavate a navigare, escludevate di considerare quello che affiorava da sotto la vostra bellissima nave. Ora siamo costretti a costruirci una zattera e pazienza! Ci daremo da fare per riparare la vostra nave e vi mostrerò che il tesoro si trova dove non pensate che sia.

N.B. Le metafore funzionano meglio delle cattive interpretazioni; queste ultime fanno incagliare la nave, la sbattono sugli scogli, la immobilizzano. Una metafora schiude l’orizzonte del possibile evocandolo.

Dietro i monti sorge il sole, lo intuiamo dal chiarore che illumina l’alba con il suo pallido rosa. Ben lo sapeva Dante, quando scriveva:

L’alba vinceva l’ora mattutina

che fuggia innanzi, sì che di lontano

conobbi il tremolar della marina.

Verso Psiche 5

Chi fa bene a rivolgersi ad uno psicoanalista?

In generale nessuno e tutti. Cioè a dire ci siamo tutti in mezzo, nella stessa acqua, nessuno è migliore di un altro.
Solo alcuni hanno voglia di venirne a capo.

Avete una bellissima nave, la natura vi ha fornito lo scafo e voi lo avete attrezzato con vele e motori come meglio avete saputo e potuto fare. Potete navigare verso Psiche e allontanarvene a vostro piacimento. Non dico che potete fare a meno del pensiero, perché quello ve lo portate appresso anche quando dormite, ma potete fare a meno di pensare il pensiero.

Non vi viene in mente un nome? Sarà un pensiero tenuto lontano da voi stessi? (Come dicevo la volta scorsa). Ma va benissimo, vi verrà in mente più tardi!

Oppure, non avete appetito e pensate che mangerete più tardi.

Ma a volte la nave si incaglia, le vele non prendono il vento, cominciate a credere che non ci sia nessuna isola di nome Psiche e che non ci sia nessun tesoro. Credete anche di avere una pessima nave e di non sapere navigare … In questo caso, se volete, la psicoanalisi, con la sua piccola zattera, vi aiuta.

A che cosa? A farvi tornare la voglia di andare verso Psiche, a cercare il tesoro e soprattutto a sapere che si tratta di un tesoro per il quale vale la spesa di disincagliare la nave e tornare ad essere quelli che avreste potuto se …

Fuori di metafora.

Succede a volte di ritrovarsi sempre allo stesso punto: la stessa fobia, la stessa inappetenza (che brutta parola l’anoressia!), la stessa sfrenata voglia di mangiare (bulimia, come parola è peggiore dell’anoressia) la stessa vergogna (che si chiama anche fobia del ridicolo), la stessa angoscia, la stessa tristezza, senza che ce ne sia ragione.

Ho ripetuto stessa perché è essenziale. Un disturbo è un fatto normale, è la sua ripetizione fissa nel tempo che può suggerirvi di venire di me. Ad esempio: tutte le volte che sto per uscire in strada, o sto per prendere l’ascensore, o sto per salire su un aereo, o sto per andare a letto, tutte le volte mi prende un nodo allo stomaco, mi manca l’aria, sto quasi per vomitare e se mi distolgo da quello che avevo intenzione di fare mi passa.

Allora si può dire che non c’è ragione nel mio corpo perché mi venga un disturbo così fatto.

Desidero fare altri esempi: tutte le volte che il mio coniuge esce di casa mi viene paura che potrebbe tradirmi. Tutte le volte che un amico si avvicina, credo che voglia ingannarmi. Quando mio figlio è fuori, ho il terrore che gli succeda qualcosa. Sempre! (Il sempre è essenziale, altrimenti prendiamo per disturbo la giusta occupazione dei genitori verso i figli!). Sempre! Anche quando è fuori con l’altro genitore (se è affidabile), con i nonni (se sono sicuri), in camera sua a dormire, al punto che mi sveglio col terrore che possa non respirare più (per inciso, lo stesso terrore che provavo fino a cinque anni nei confronti dei miei genitori, o del mio fratellino).

Ed infine, quando vado in chiesa, mi accorgo che non riesco a pregare; quando vado alle riunioni del partito (ormai non ce ne sono più di partiti!) non riesco a concentrarmi, quando leggo non riesco a seguire il filo del discorso.

Proprio per ultimo: al massimo della mia tranquillità, sento le voci che mi parlano, vedo persone che non ci sono, sento profumi o puzze inesistenti. Lo so bene che sono un prodotto della mia fantasia, ma li vedo e li sento ugualmente.

In tali casi la piccola e malferma zattera della psicoanalisi può aiutarvi.

“Ma scusi – potreste dire – se è piccola e malferma, scappa la voglia di salirci sopra!”

Avete ragione, ma il suo carattere di non sicurezza dipende dal fatto che voi stessi siete insicuri. Vi ho già detto che la psicoanalisi si fonda su di voi. Se avete ancora un fondo di fiducia in voi stessi, venite pure. Se non si fosse capito: anche la cattiva opinione di se stessi è una buona occasione per incontrarci.

E per i bambini? Lo stesso, con una grande differenza. Tutte queste cose sono ancora più normali nello sviluppo, a meno che non ci sia la condizione per cui il bambino sta già pregiudicando il suo futuro in una maniera che poi sarà irreversibile.

Ad esempio si chiude in se stesso e non parla più. Si deve vedere l’atto della chiusura in se stesso (questo è più difficile e lungo da spiegare). Oppure se il bambino si scaglia facilmente contro gli altri che non gli hanno fatto nulla. O anche se va così male a scuola che rischia di non potere proseguire e non ha alcun handicap: andava benissimo fino ad un certo punto e poi non ha capito più nulla. E non c’è stata nessuna malattia.

Se avete un dubbio su voi stessi o sul vostro bambino una consultazione va sempre bene, non mangio nessuno, specialmente durante il lavoro, e dico chiaramente quando non è il caso.

Una mia abituale risposta è:

“Ha fatto bene a consultarmi, ma non vedo nessun disturbo. Lasci passare qualche mese, se le cose rimangono ferme, mi chiami di nuovo!”

Mi succede a volte che la persona aggiunga qualcosa, quasi di sfuggita, per la quale è opportuno iniziare un lavoro. Allora dico:

“In questo caso sì. Trovo opportuno iniziare un lavoro. Vediamoci un’altra volta e ne parliamo meglio.”

Verso Psiche 4

Vediamo in termini generali cosa vi sto proponendo.

Se Psiche è un’isola e noi ne siamo fuori, vuol dire che siamo separati dal nostro pensiero. Accingerci al viaggio verso Psiche vuol dire metterci nella prospettiva di ricomporre il nostro pensero e conseguentemente il nostro essere.

Ma siamo separati dentro noi stessi? Ecco la mia risposta.

Nel mio pensiero non possono accadere decisioni relative ad atti che io stesso in qualche modo non abbia pensato.

Mi succede ad esempio di dire Roma per toma, o anche di sentirmi in ansia quando non ce ne sarebbe ragione, oppure c’è quella volta che non mi viene in mente una parola semplice, o ancora c’è quel giorno che mi torna ossessivamente in mente un nome, senza che io stesso possa capire a qual fine.

Allora bisogna che in qualche modo alcune regioni del mio pensiero siano lontane da me stesso.

Ovvero, come dico io, che Psiche sia un’isola lontana. Come se avessi relegato in una regione a me ignota alcuni pensieri che tuttavia devo aver io stesso pensato.

Se vedete quello che vi sto mostrando col dito, seguitemi ancora, io stesso trovo ancora il viaggio alla scoperta di me stesso molto interessante.

Intorno all’autismo come questione

Autismo - Ho trovato nel web quest'immagine che ben rappresenta il concetto di autismo. Purtroppo non conosco l'autore per poterlo citare

Trovo che oggi sia necessario difendere il concetto stesso di psiche, il che equivale a dire che è il pensiero stesso ad aver bisogno di essere difeso. Sto continuando la sua difesa ad esempio dalla pretesa di una falsa scientificità che non si accolla neanche l’onere di definire ciò di cui si occupa.
Ho l’impressione nettissima che non si tratti solo di una cattiva pratica operativa, ma di una precisa intenzione di nascondere persino le tracce del pensiero.
Ciò mi risulta con particolare evidenza intorno alla diagnosi di autismo.
Il DSM (per i pochi che non sanno, il Manuale Statistico Diagnostico) fissa i criteri di definizione intorno alla mancanza di atti comunicativi. Ma la parola “autismo” era già occupata e designava una particolare affezione psichica nella quale erano evidenti i segni del non-volere-comunicare. Ad esempio: l’atto di evitare lo sguardo altrui, fino a farsi scoprire a non volere guardare; non la mancanza del contatto oculare (cosa che può derivare da una patologia neurologica gravissima) ma la prova del fatto che il soggetto in questione (adulto o bambino) non vuole guardare l’altro negli occhi.
Questa particolarità e le altre connesse (l’atteggiamento della bocca come se stesse a succhiare; il dondolare del capo; lo sputo nel vuoto; il rifugiarsi in un angolo della stanza con la faccia rivolta all’angolo) stanno ad indicare quella serie particolare di atti nei quali il soggetto dimostra che si chiude, come risultato di un’azione decisa e pensata volta appunto alla chiusura di se stesso.
Il tratto per cui si decide di prendere in terapia è dato dal fatto che il soggetto dimostra una minima apertura nei confronti di una persona qualsiasi che per ciò, e solo per ciò, può mettersi nella posizione di terapista.
Balza agli occhi il fatto che il tizio che si mette nella suddetta posizione non deve fare altro che lasciare al soggetto l’iniziativa. Al soggetto che prima si chiudeva in se stesso viene offerta la possibilità di aprirsi da una persona degna. A rendere degna la persona è l’iniziativa del soggetto nei suoi confronti.
In conclusione di questa breve notazione: atto psichico quello che inaugura la patologia, atto psichico quello che ne intraprende la via di uscita.
E gli altri? Quelli che non danno le due serie di prove? Coloro per i quali non si può ragionevolmente affermare che si chiudano in se stessi e che inizino il processo di apertura? Ce ne possiamo dolere, giustamente, ce ne possiamo occupare a qualsiasi titolo e ragione, ma non fanno parte di coloro per i quali una terapia psicologica è possibile.
Ma perché, in conclusione, è importante questa notazione? Primo, perché così impostate le cose non c’è chi non veda immediatamente la domanda: come mai il tal soggetto si è chiuso in se stesso? Secondo, perché si vede immediatamente che finora non ho messo in campo nessun criterio scientifico, ma solo una serie di dati osservativi, analoghi, se non simili, all’osservazione per la quale so di avere cinque dita per mano e due occhi.
Se tali osservazioni hanno il carattere della sicurezza, oppure quello dell’incertezza conoscitiva è questione che non riguarda la scienza, ma una serie malnata di elucubrazioni filosofiche. Ed anche qui, non è contro la filosofia, ma contro gli errori della filosofia; non contro la scienza, ma contro gli errori della scienza.
Ricordo infine che ho già voluto occuparmi della cosa nel “Cocomeri e guerre, ovvero la remota origine dei fichidindia” a cui rimando per una divertente discussione intorno alla questione.
www.cocomerieguerre.it

Non in grado di intendere e di volere

Amore e Psiche - Canova


A commento della serata di ieri faccio parlare la traduzione di Apuleio:

…

Psiche, rimasta sola
- se non che, tormentata dalle Furie nemiche, proprio sola non era -
ondeggia in balìa del dolore come un mare in tempesta:
sebbene il piano sia stabilito e il suo animo determinato,
tuttavia, quando si trova sul punto di metter mano all’azione,
esita, ancora incerta sul da farsi,
ed è dilaniata dai mille sentimenti diversi
che la sua infelice situazione le suscita.

Fino ad un attimo prima, Psiche era felice, adesso è come se un pensiero, a lei estraneo, fosse entrato nella sua testa e si muovesse e la facesse muovere e agire, per un impulso proprio, non più dipendente da Psiche stessa.
Da Omero in poi abbiamo visto attribuire questa spinta all’azione alle Furie, così fa Apuleio, solo che quest’ultimo mostra il passaggio in cui Psiche lascia perdere il controllo di sé e si accinge a diventare preda delle idee delle sorelle. Ciò che gli altri chiamano “Furie”.
È la condizione che definisco dello spodestarsi, quella che può essere individuata nella nevrosi e nella psicosi, e ancora quella che la legislazione attuale definisce
non in grado di intendere e di volere.
Si giunge al punto di non essere padroni di sé, in tutto o in parte, cominciando gradualmente ad escludersi come soggetti dalla propria soggettività.

25 Maggio: Ma cosa ne sai tu, maledetto serpente, del bene e del male?

25 Maggio: La corrotta Bibbia

25 Maggio: La corrotta Bibbia

Inconscio ladro!

Malefatte degli psicanalisti

di Elisabetta Ambrosi


Ad Elisabetta Ambrosi, autrice di Inconscio ladro, vorrei dire che ha fatto bene a scrivere del suo (sembrerebbe) non riuscito tentativo di analisi. Ho cercato, senza successo, di mettermi in contatto con lei. Ha ragione: è entrata in una dinamica in cui la sua questione è stata omessa dal suo analista. Quello che mi impressiona è che sia mancata la risposta anche nella prefazione e nella postfazione di due analiste. Ha ragione la Ambrosi! Non ha avuto risposta e forse non l’ha trovata lei stessa. Dico forse perché nel fatto di aver messo in piazza se stessa può esserci sia la soluzione che la complicazione del problema. Dal testo non si capisce, ma si capisce che si è messa a pensare in proprio, cioè con libera-mente. Mi si perdoni il gioco di parole. E pensare libera-mente non può che avviare la soluzione della propria questione, malgrado l’eventualmente non riuscito lavoro di analisi.
Lo dico in un’altra maniera: ha ragione Elisabetta Ambrosi, andava da una persona nella speranza di non trovare ostacoli al proprio pensiero e di liberarsi delle vecchie barriere, si è trovata con un nuovo ostacolo e con le vecchie barriere rinforzate. Ma il tentativo di liberarsi del nuovo ostacolo può comportare l’abbattimento graduale anche delle vecchie barriere. Come se fosse tutto in una diga: una crepa la farà gradualmente crollare.